Gli era arrivata, a Londra, la notizia del Nobel mentre stava facendo colazione in un ristorante di Hampstead con David Cornwell, alias John Le Carré, che gli chiedeva della sua amata Leningrado;
da quando, tornato nella sua minuscola casa del Village a New York
due stanze e un giardinetto, un gatto, moltissimi libri e fotografie, un disordine russo si è accorto che il telefono non la smetteva più di suonare,
Brodsky ha dato temporaneamente addio alla sua solitudine e ha affrontato con pazienza e un po’ di nervosismo il compito di parlare.
A tutti meno che ai suoi compatrioti di un tempo. Ha concesso un’ intervista, in verità, al corrispondente di Novyj Mir: che però non è mai uscita, per l’ antica inimicizia che gli porta il redattore capo della rivista. Così l’ unica notizia del Nobel vinto da Brodsky, oltre che dal tam tam clandestino e dalle radio straniere, i sovietici l’ hanno appresa due settimane fa da Moskovskie Novosti, il quotidiano di Mosca che intervistava un redattore di Novyi Mir circa la progettata pubblicazione delle opere di Brodsky, di cui sinora sono state stampate in Urss solo dieci poesie. Di lui si parlerebbe per polemizzare, per accusare, se il suo Nobel potesse essere visto come un premio politico. Ma penso che nessuno nel pieno possesso delle sue facoltà possa interpretare quello che ho scritto come un’ opera politica. Di eversivo in me c’ è una cosa: che uso la lingua in modo molto diverso da quelli che controllano la lingua…, osserva con la sua consueta ironia. Qui a Stoccolma, l’ uomo schivo e privato che si è dato come regola di non vedere mai più di due persone al giorno e che spesso non ne vede nessuna , che sta a lungo sdraiato a letto, che scrive poco,
che pubblica ancora meno (in Italia sono state tradotte due sue raccolte di versi, Fermata nel deserto, da Mondadori, e Poesie, da Adelphi,
che ha pubblicato anche le prose dall’ inglese di Fuga da Bisanzio e sta per pubblicare la loro continuazione, Il canto del pendolo) si è concesso generosamente al meccanismo di popolarità del Nobel. Accetta interviste a ore impossibili. Firma volumi presso il grande magazzino NK, sbalordito di trovarsi di fronte a una coda di centocinquanta persone armata ciascuna di quattro copie dei suoi libri e di una lunga lista di nonne e zie a cui fargliele dedicare. Risponde diligentemente ai suoi traduttori, qui convenuti per interrogarlo su Swedenborg e Puskin, su Milosz e Pasternak. Ieri ha pronunciato il suo discorso di fronte ai membri dell’ Accademia di Svezia. E con grande sgomento dei funzionari del Ministero degli esteri che lo scortano, e che si preoccupano, più che di eventuali problemi di sicurezza, della sua non brillante salute, beve allegramente e fuma disperatamente. Brodsky considera questi giorni svedesi come una parentesi, che durerà sino a sabato, quando, tradendo il ballo finale, ripartirà per New York e per la sua vita di sempre. Tornerà in Urss? gli chiedono i giornalisti. Non mi dispiacerebbe ma non dipende da me, bensì dalle autorità sovietiche. E c’ è una condizione da parte mia. Che le mie opere siano pubblicate in Urss. Cosa pensa di Gorbaciov? Niente. E spero che lui faccia lo stesso. Ma non pensa che la situazione sovietica sia migliorata con Gorbaciov? insistono. Indiscutibilmente. Ma non bisogna guardare solo al fatto che negli ultimi anni sono aumentate le possibilità di spostarsi, di viaggiare, e cose del genere. Quando si parla di un paese, non bisogna guardare alle condizioni di una minoranza di intellettuali, ma a quelle della maggioranza. Il primo dei diritti umani è quello di fare della tua vita quello che credi, di scegliere il proprio destino, giusto o sbagliato che sia. E in questo senso la Russia deve fare ancora molta strada. Non trova terribilmente cinica e materialista la gioventù americana? vogliono sapere. I giovani americani sono molto più ingenui e meno cinici dei loro coetanei russi. Fin da piccoli apprendono qualcosa che i giovani russi non sap