IL VECCHIO SALTIMBANCO

di | 13 de Giugno de 2012

IL VECCHIO SALTIMBANCO

Dappertutto si spandeva il popolo in vacanza. Si metteva in mostra, se la godeva. Era una di quelle festività sulle quali da sempre fanno conto i saltimbanchi, i giocolieri, gli ammaestratori di animali e i venditori ambulanti per compensare i periodi magri dell’anno.

In quei giorni ho l’impressione che il popolo si dimentichi di tutto, sia del dolore sia del lavoro, e che diventi come un bambino. Per i più piccoli è un giorno di vacanza, è l’orrore della scuola che viene rimandato di ventiquattr’ore. Per i grandi è un armistizio concluso con le potenze malefiche della vita, una tregua nella contesa e nella lotta universali.

Neppure l’uomo di mondo e l’uomo occupato in lavori spirituali sfuggono facilmente all’influenza di questo giubileo popolare. Assorbono senza volerlo la loro parte di atmosfera spensierata. Quanto a me, io non manco mai, da vero parigino, di passare in rassegna tutte le bancarelle che vantano le loro offerte in queste ricorrenze festive.

La concorrenza che si facevano era davvero formidabile: strillavano, muggivano. Era un miscuglio di grida, un fragore di ottoni, un’esplosione di razzi. Maschere e buffoni storcevano le facce cotte dal sole, raggrinzite dalla pioggia e dal vento; con l’imperturbabile aplomb di attori sicuri del loro effetto, lanciavano le loro battute e le loro beffe, robuste e grevi come la comicità di Molière. Gli Ercoli, fieri dell’enormità delle loro membra, il cranio senza fronte come scimmioni, si esibivano in pose statuarie dentro le loro maglie lavate la sera prima per l’occasione. Le danzatrici, belle come fate, come principesse, facevano salti e capriole alla luce fiammeggiante dei fanali che riempivano di scintille le loro vesti.

Tutto era luce, polvere, grida, gioia, tumulto; gli uni spendevano, gli altri guadagnavano, gli uni e gli altri ugualmente felici. I bambini si attaccavano alle gonne materne per avere qualche bastoncino di zucchero filato, o salivano sulle spalle dei loro padri per vedere meglio un giocoliere risplendente come un Dio. E dovunque, dominante su tutti i profumi, circolava un odore di frittura, che era come l’incenso particolare di quella festa.

In fondo, all’estremità della fila di bancarelle, come se per vergogna si fosse esiliato da tutti questi splendori, vidi un povero saltimbanco, curvo, cadente, decrepito, un rudere d’uomo, addossato a uno dei pali della sua baracca: una baracca più miserabile di quella del selvaggio più abbrutito, e la cui miseria era fin troppo illuminata da due mozziconi di candela sgocciolanti e fumosi.

Dovunque gioia, guadagno, sfrenatezza; dovunque, la certezza del pane per l’indomani; dovunque, un’esplosione frenetica di vitalità. Qui, la miseria assoluta, la miseria (per colmo d’orrore) agghindata di comici stracci, contrasto inventato dalla necessità più che dall’arte. Non rideva, il disgraziato! Non piangeva, non ballava, non gesticolava, non gridava; non cantava nessuna canzone, né allegra né triste, non implorava. Era muto e immobile. Aveva rinunciato, abdicato. Il suo destino era compiuto.

Ma che sguardo profondo, indimenticabile mandava in giro sulla folla e le luci, su quel flusso che si fermava solo a qualche passo dalla sua repulsiva miseria! Mi sentii la gola afferrata dalla stretta terribile dell’isteria, e mi sembrò che i miei sguardi fossero offuscati da quelle lacrime ribelli che non vogliono scorrere. Che fare? A che scopo chiedere allo sventurato quale curiosità, quale meraviglia avesse da mostrare in quelle tenebre maleodoranti, dietro la sua tenda sbrindellata? In verità, non osavo chiedere; e anche se la ragione della mia timidezza dovesse farvi ridere, devo confessare che temevo di umiliarlo. Alla fine, m’ero appena deciso a posare, passando, un paio di monete su una delle sue tavole sperando che indovinasse la mia intenzione, quando un gran flu