E’ un tempio la Natura, dove a volte parole
escono confuse da viventi pilastri
e che l’uomo attraversa tra foreste di simboli
che gli lasciano occhiate familiari.
Come echi che a lungo e da lontano
tendono a un’unità profonda e oscura,
vasta come le tenebre o la luce,
i profumi, i colori e i suoni si rispondono.
Profumi freschi, come la carne d’un bambino,
dolci come l’oboe, verdi come i prati
– e altri d’una corrotta, trionfante ricchezza,
con tutta l’espansione delle cose infinite:
l’ambra e il muschio, l’incenso e il benzonio,
che cantano i trasporti della mente e dei sensi.
(Corrispondenze – Charles Baudelaire)
*
Mandami una fotografia
perché non ho piú nascita
essendo tutta nel contrario di te
sei apparso
con un berretto d’inverno nevicato
e sono stata betulla d’estate
e verde intrepido
stagione del cielo
al mio fianco sempre
spedisci una fotografia
al luogo piú solitario di te
dove sto in silenzio
avendo già rischiato ciò che non passa
avanzo compita composta
clandestina
troppo piena di te da essere
perforata a ogni tuo incedere
d’amore
Anna Buoninsegni
Ad occhi aperti
Crocetti Editore 2005
*
Jorge Brotons -Deseo de noche, deseo de ti
Deseo de noche, deseo de ti
Vamos a bebernos el cielo, esta noche,
en trocitos de hielo
amarrados a los puertos de llegada
quiero que te sientas toda, esta noche
y que tus gemidos despierten
las olas cuando los gallos canten el alba
quiero sentirme salado, esta noche,
embadurnado de tu tiempo
y que tus piernas abracen mi cuerpo
vamos a sentirnos dentro, esta noche,
embriagados de ritmo
y que me abras tus salas para besarte el alma
quiero notarte llena, esta noche,
inflada de rosa
y perfumarme de tu brisa mojada
vamos a bebernos el triunfo, esta noche,
o la derrota,
anclados en despedidas portuarias.
*
Temo un uomo di poche parole
temo un uomo che tace
l’arringatore – posso superarlo
il chiacchierone – posso intrattenerlo
ma colui che pondera
mentre gli altri spendono tutto ciò che hanno
di quest’uomo diffido
temo che egli sia grande
(Emily Dickinson)
*****
Fernando Pessoa
“Ode alla notte”
Vieni, Notte antichissima e identica,
Notte Regina nata detronizzata,
Notte internamente uguale al silenzio, Notte
con le stelle, lustrini rapidi
sul tuo vestito frangiato di Infinito.
Vieni vagamente,
vieni lievemente,
vieni sola, solenne, con le mani cadute
lungo i fianchi, vieni
e porta i lontani monti a ridosso degli alberi vicini,
fondi in un campo tuo tutti i campi che vedo,
fai della montagna un solo blocco del tuo corpo,
cancella in essa tutte le differenze che vedo da lontano di giorno,
tutte le strade che la salgono,
tutti i vari alberi che la fanno verde scuro in lontananza,
tutte le case bianche che fumano fra gli alberi
e lascia solo una luce, un’altra luce e un’altra ancora,
nella distanza imprecisa e vagamente perturbatrice,
nella distanza subitamente impossibile da percorrere.
Nostra Signora
delle cose impossibili che cerchiamo invano,
dei sogni che ci visitano al crepuscolo, alla finestra,
dei propositi che ci accarezzano
sulle ampie terrazze degli alberghi cosmopoliti sul mare,
al suono europeo delle musiche e delle voci lontane e vicine,
e che ci dolgono perché sappiamo che mai li realizzeremo.
Vieni e cullaci,
vieni e consolaci,
baciaci silenziosamente sulla fronte,
cosi lievemente sulla fronte che non ci accorgiamo d’essere baciati
se non per una differenza nell’anima
e un vago singulto che parte misericordiosamente
dall’antichissimo di noi
laddove hanno radici quegli alberi di meraviglia
i cui frutti sono i sogni che culliamo e amiamo,
perché li sappiamo senza relazione con ciò che ci può
essere nella vita.
Vieni solennissima,
solennissima e colma
di una nascosta voglia di singhiozzare,
forse perché grande è l’