É triste la storia di Antonia Pozzi, poetessa italiana
morta suicida giovanissima, laureata in Filologia, ebbe come amici i poeti Vittorio Sereni e i filosofi Remo Cantoni ed Enzo Paci.
Visse alcune infelici storie d’amore.
Il dolore che piú le provocó ferite nell’anima
forse fu il suo amore osteggiato… impossibile,
per Antonio Maria Cervi, il suo professore di latino e greco conosciuto al liceo.
I genitori impedirono l’amore, rifiutarono la sua
proposta di matrimonio, loro hanno incontri
brevi…segreti.
Nel 1938 le famigerate leggi razziali colpirono le famiglie di alcuni suoi amici cari. Già affetta da depressione, scrisse una disperata lettera d’addio ai familiari e si uccise.
Trovata morta il 2 dicembre 1938,
nuda in un fosso gelato nella campagna intorno
a Milano….la causa ….troppe pillole ingoiate.
Quando dal mio
buio traboccherai
di schianto
in una cascata
di sangue
navigherò con una rossa vela
per orridi silenzi
ai cratèri
della luce promessa.
Con il tempo la resistenza alla decisione della
famiglia si trasforma in una rinuncia straziata e
molte delle poesie di Antonia del 1933 si riferiscono
alla dolorosa interruzione della loro relazione.
Lei stessa ne scrive l’elenco nei Quaderni
con il titolo “La vita sognata”come scrive
in una lettera, “la poesia ha questo compito
sublime: di prendere tutto il dolore che ci spumeggia
e ci romba nell’anima e di placarlo…”.
Per troppa vita che ho nel sangue
Tremo
nel vasto inverno.
E all’improvviso,
come per una fonte che so scioglie
nella steppa,
una ferita che nel sonno
si riapre,
perdutamente nascono pensieri
nel deserto castello della notte.
Guardami: sono nuda. Dall’inquieto
languore della mia capigliatura
alla tensione snella del mio piede,
io sono tutta una magrezza acerba
inguainata in un color d’avorio.
Guarda: pallida è la carne mia.
Si direbbe che il sangue non vi scorra.
Rosso non ne traspare. Solo un languido
palpito azzurro sfuma in mezzo al petto.
Vedi come incavato ho il ventre. Incerta
è la curva dei fianchi, ma i ginocchi
e le caviglie e tutte le giunture,
ho scarne e salde come un puro sangue.
Oggi, m’inarco nuda, nel nitore
del bagno bianco e m’inarcherò nuda
domani sopra un letto, se qualcuno
mi prenderà. E un giorno nuda, sola,
stesa supina sotto troppa terra, starò,
quando la morte avrà chiamato.
ANTONIA POZZI (1912 – 1938)