VECCHIONI
Morirò di paura
a venire là in fondo
maledetto padrone
del tempo che fugge
del buio e del freddo;
ma lei aveva vent’anni
e faceva l’amore
e nei campi di maggio
da quando è partita
non cresce più un fiore.
E canterò
stasera canterò
tutte le mie canzoni canterò
con il cuore in gola canterò:
e canterò
la storia delle sue mani
che erano passeri di mare
e gli occhi come incanti d’onde
scivolanti ai bordi delle sere.
Canterò le madri
che accompagnano i figli verso i loro sogni
per non vederli più la sera sulle vele
nere dei ritorni.
E canterò
canterò finché avrò fiato
finché avrò voce di dolcezza e rabbia
gli uomini semidimenticati
gli uomini lacrime nella pioggia
aggrappati alla vita che se ne va
con tutto il furore dell’ultimo bacio
nell’ultimo giorno dell’ultimo amore.
E canterò finché tu piangerai
E canterò finché tu perderai
Canterò finché tu scoppierai
e me la ridarai indietro.
Ma non avrò più la forza
di portarla là fuori
perché lei adesso è morta
e là fuori ci sono
la luce e i colori
dopo aver vinto il cielo
e battuto l’inferno
basterà che mi volti
e la lascio alla notte
e la lascio all’inverno.
E mi volterò (Le carezze sue di ieri)
Mi volterò (non saranno mai più quelle)
Mi volterò (e nel mondo su, là fuori)
Mi volterò (si intravedono le stelle)
Mi volterò perché l’ho visto il gelo
che le ha preso la vita
E io, io,
adesso nessun altro
dico che è finita
e ragazze sognanti
mi aspettano a danzarmi il cuore
perché tutto quello che si piange
non è amore.
E mi volterò perché tu sfiorirai
Mi volterò perché tu sparirai
Mi volterò perché già non ci sei
E ti addormenterai per sempre.
ROBERTO VECCHIONI
Il testo della canzone si riferisce, come rivela il titolo, al mito di Orfeo e Euridice. Orfeo è un celebre cantore greco, figlio della Musa Calliope e di Apollo, o di Eagro, sposo di Euridice. La mitologia narra che il suo canto era così toccante che non solo incantava gli esseri umani, ma inteneriva gli animali e commuoveva anche la natura inanimata. Quando Euridice morì, egli discese agli Inferi e riuscì, grazie al suo canto, a commuovere Persefone stessa, regina del regno dei morti, e a ottenere che Euridice lo seguisse sulla terra a condizione che egli non si voltasse mai a guardarla lungo il cammino. Arrivarono così fino alle porte degli Inferi quando Orfeo, cedendo all’impazienza dell’amore, si voltò a guardare la sposa; essa svanì per sempre nel regno delle ombre. Orfeo, inconsolabile, errò attraverso il mondo fino al giorno in cui le Menadi, seguito del dio Dioniso, inasprite dall’amore esclusivo che egli portava alla sua sposa, lo fecero a pezzi. Le sue membra e la sua lira furono gettate nell’Ebro e furono sospinte fino all’isola di Lesbo.
Quella presentata da Vecchioni non è però la versione tradizionale del mito: il suo Orfeo decide di voltarsi, sceglie deliberatamente di abbandonare Euridice con un atto della volontà, non la perde fortuitamente a motivo soltanto della propria debolezza. Il carattere monolitico del personaggio mitico conosce la lacerazione che la decisione e la libera scelta comportano, agisce in seguito a una riflessione: è anzi proprio la riflessione a costituire il nucleo attorno al quale si costruisce il testo della canzone, come dimostrano i tempi verbali delle azioni principali, impiegati alla prima persona singolare dell’indicativo futuro (“Morirò di paura”, “Canterò”, “Non avrò più la forza”, “Mi volterò”). Nasce un nuovo Orfeo, un Orfeo moderno, in quanto gli si concede la facoltà di decidere autonomamente e l’attitudine a riflettere, caratteristiche estranee ai personaggi mitici, generalmente privi di quello che si definisce come “libero arbitrio”, le cui veci sono generalmente svolte dall’intervento delle divinità. Qui il mutamento del carattere di Orfeo fa cambiare decisamente le sorti della vicenda mitica: il cantore abbandona la sposa negli Inferi.
Non si tratta tuttavia di una invenzione del tutto