Dicono le cronache che era freddo, molto freddo, e sullo Hudson nuotavano grandi blocchi di ghiaccio,
quando dalla nave Champlain sbarcarono a New York, il 26 gennaio 1939, due amici, due celebri letterati inglesi,
due esponenti dell’ intellighentzia di sinistra. Il clima corrispondeva al loro stato d’ animo. Non si trattava di un viaggio di piacere.
Era, il loro, un trasloco, una resa, una ambigua fuga, pensa qualcuno, un tradimento, scrissero altri, perché i venti di guerra si facevano
sempre più forti, gli Stati Uniti erano una grande potenza isolazionista, e loro, i due amici, protagonisti di una fondamentale stagione
di dibattito antifascista, sembravano, con il loro viaggio, rinunciare a qualsiasi battaglia, mettersi da parte, dar ragione a chi sosteneva
che l’ America doveva chiamarsi fuori dallo scontro che si annunciava.
In effetti, e dichiaratamente, quel viaggio era, da parte di W.H. Auden,
il grande poeta britannico, e da parte di Christopher Isherwood, il romanziere, la scelta di un modo diverso di vivere
(“Sono venuto in America perché è più facile far soldi qui, vivere della tua intelligenza”, scriverà qualche anno dopo Auden a un amico),
senza che con questo rinunciassero a sentirsi estranei e vagamente ostili al mondo americano.
In questa città “ci sono dieci milioni di anime,/ alcune abitano in ville, altri in tuguri/” scriveva Auden in Blues del profugo,
una poesia scritta poche settimane dopo il suo arrivo “Yet there’ s no place for us, my dear, yet there’ s no place for us” ,
eppure non c’ è posto per noi…
Non era vero. Il posto ci fu, all’ inizio, in mezzo a una piccola comunità di esiliati che ruotava
attorno a Klaus Mann e a sua sorella Erika – Erika, la bella figlia di Thomas, l’ ex moglie del grande attore del Terzo Reich Gustav Gruendgens,
che Auden, da sempre omosessuale e poco interessato alle donne (anche se in America avrà anche un vero love affair con una signora)
aveva cavallerescamente sposato il 15 giugno 1935, praticamente senza conoscerla, per garantirle il passaporto inglese quando
il regime di Hitler minacciò di toglierle la cittadinanza tedesca.
La prima casa di Auden e di Isherwood a New York fu il George Washington Hotel,
sulla 23esima e Lexington: e se dobbiamo credere a quello che raccontano i biografi di Auden, e in particolare Humphrey Carpenter,
circa il disordine di cui Auden amava circondarsi, non c’ è da invidiare i padroni dell’ albergo per l’ onore.
Poi i due amici traslocarono, assieme al boyfriend di Isherwood, in un appartamento sulla 81esima, a Yorkville.
Forse Auden si sentiva solo.
Certo è che il 6 aprile, in occasione di una conferenza in cui Auden parlò della Cina, che aveva visitato l’ anno prima con Isherwood,
entrò nella sua vita la persona che doveva essere il grande amore di tutta una vita.
Chester Kallman aveva diciotto anni – Auden ne aveva allora trentadue. Era attraente, colto, provocante.
E agli occhi di Auden sembrava un concentrato di America: era di Brooklyn, era ebreo, aveva un padre dentista – singolarmente aperto e tollerante,
visto che non sollevò mai problemi circa la relazione del figlio con il notorio omosessuale – e una grande personalità,
tanto che fu lui a influenzare Auden in quei primi mesi del loro amore piuttosto che viceversa.
Fu la storia con Chester a trattenere Auden in America, come il poeta dichiarò a un certo punto? O fu la sensazione di paradossale libertà
che vive nello sradicamento un poeta, così come la viveva l’ americano Eliot in Inghilterra? “…abbiamo fatto uno scambio equo quando cedemmmo
Eliot all’ Inghilterra e più tardi ci prendemmo Auden”, avrebbe scritto più tardi Robert Lowell (mentre con una bella dose di presunzione
da letterato Cyril Connolly avrebbe detto, dell’ “esilio” di Auden, che era “il più importante evento letterario dallo scoppio della guerra di Spagna”.
Ma nella decisione di restare entrava anche violen