UOMO MORTO CHE CAMMINA DI PETER MANERO

di | 25 de Maggio de 2010

Ognuno di noi porta in se stesso il cielo e l’inferno.

Ogni delitto è volgare, così come ogni volgarità è un delitto.

Non vi è altro modo di liberarsi da una tentazione che di soccombere ad essa.

Il crimine è l’esclusiva delle classi inferiori, per loro il crimine è quello che è l’arte per noi, un modo per procurarsi sensazioni fuori dal comune.

Oscar Wilde

Uomo morto che cammina

Martedi, 12 ottobre 1976, ore sei del pomeriggio Parco Nazionale del Mount Rainier, 95 miglia a sud di Seattle, stato di Washington.

Tra la fresca aria del Trail of Shadows, un percorso che entra nei meandri del parco nazionale, alle cui spalle si erge la vetta innevata del Mount Rainier che, come un dito candido, accenna alla sua presenza quasi timidamente, una giovane donna era seduta su di una panca fatta da tronchi tagliati, posta all’ingresso, che raccoglieva in se tutta l’armonia del creato. Aveva fra le mani un foglio che leggeva e rileggeva del continuo a bassa voce, mentre con la mano destra accarezzava il ventre: Comprendo, Cassy, esattamente quel che provi, ma è una decisione necessaria da prendere. In questo momento non posso intraprendere una richiesta di divorzio, e se porterai avanti la gravidanza, sarà tutto più complicato. Capisci che cosa intendo dire? Non possiamo continuare a vederci? Avremmo un momento più favorevole per i figli, credici, ma non adesso. Ti prego, se mi ami come tu dici, fai la cosa giusta. Per sempre tuo. A quella lettera, Cassy aveva risposto: Come credi che sopprimere una creatura sia “la cosa giusta”? Vorrei parlarti e guardarti negli occhi. Vorrei che la tua mano ascoltasse i movimenti di tuo figlio, nostro figlio, un chiaro segno di chi vuol nascere a dispetto delle convenzioni. Ti prego, amore mio, vediamoci al parco, su quella panchina dove è nato il nostro amore. Ti aspetterò martedi pomeriggio alle sei in punto. Ti amo. Tua Cassy. Guardava di sovente l’orologio, le sei e un quarto, le sei e quarantacinque, le sette, le sette e trenta. Il sole tramontò, la luce cominciava ad affievolirsi, mentre il buio calò rendendo difficoltosa la vista. Cassy si voltava e rivoltava, ogni movimento le pareva dei passi alle sue spalle. La cima imbiancata del monte si vedeva appena, i gufi cantavano in una sinfonia assordante, quasi in accordo e in un crescendo spaventoso. L’agitazione aveva preso il sopravvento, s’alzò di scatto e cominciò a correre all’impazzata.

e piangeva con voce rotta, in singhiozzi che le fiaccavano il respiro. S’inginocchiò mentre con entrambe le mani comprimeva il ventre.

urlò d’un tratto.

Martedi, 12 ottobre 1976, ore otto di sera, Seattle stato di Washington, Space Needle, piano ristorante.

Un uomo sui quaranta, camicia bianca a righe azzurre e pantalone nero, era seduto su di un tavolo in compagnia di un individuo poco più anziano, con camicia bianca e blue jeans che discutevano animosamente.

L’uomo più anziano:

S’alzò di scatto avvicinandosi al balcone, mentre Costas lo inseguì poco dopo.

L’uomo lo fissò sardonico:

5 ottobre 2004, studio legale Percival, Seattle, stato di Washington. Uno squillo interno distolse l’attenzione che un uomo portava nella lettura di un manoscritto mal rilegato.

A ventotto anni, Troy Kerismos, era già un penalista abbastanza ricercato ma nel contempo godeva antipatie a catena dell’intero consiglio d’