SAGGIO SU “L’AMOUR FOU -DI BRETON”

di | 28 de Settembre de 2013

L’amour fou di Breton;

PARTE DEL SAGGIO DELL’AUTRICE Višnja Machiedo –
TITOLO DEL SAGGIO :La donna-modello surrealista
(secondo André Breton)

“L’amore folle”
(1937) si presenta come l’anello centrale di quella catena concettuale che Breton costruisce tra Nadja (1928) e, per esempio, Arcana XVII (1945). Ne L’amour fou si tratta (di nuovo) di una donna reale, di cui l’autore del libro si innamora follemente, ma l’identikit di questa donna, più o meno decifrabile, non coincide proprio con il binoma ambiguo proposto da Nora Mitrani. È scandalosamente bella e, ovviamente, carnale, ma non “velenosa”; è soprattutto semplicemente donna, mediatrice magica della Natura in mezzo al paesaggio urbano, “regista onnipotente” di coincidenze misteriose tra il mondo mentale e quello materiale, tra la sfera immaginaria e quella sensuale, tra il “caso oggettivo” e la necessità soggettiva. Lo statuto dell’essere femminile eletto, eccezionale, le viene regalato e incondizionatamente garantito dall’amore-passione destato in Breton e, peraltro, ricambiato. Le pagine dell’Amore folle non riportano, tuttavia, nemmeno una frase dell’ispiratrice stessa pronunciata in prima persona: essa è presente (intessuta) cioè richiamata nel testo di Breton, per la maggior parte autodiegetico, dai pronomi “tu”, “il tuo” eccetera, quando l’autore le si rivolge direttamente nel corso di una delle descrizioni liriche oppure nel suo commento riflessivo. Lo stesso vale in misura uguale anche per la terza donna amata, che diventerà l’ispiratrice di Arcana XVII, il testo narrativo più complesso e più compiuto di André Breton, testo che porta all’estremo vertice l’osmosi inedita e meravigliosa del suo discorso poetico, narrativo e saggistico.
Infine, non mi rimane che concludere, l’unica di queste tre donne che, nel testo, parla anche direttamente al lettore in prima persona e con cui Breton conduce un dialogo, è Nadja, persona il cui amore egli non sapeva, non poteva e forse non voleva neanche ricambiare. Tuttavia, l’incontro con lei scosse profondamente la vita e il pensiero di Breton, perché essa apparve sulla scena della ricerca e della dottrina surrealista come l’amblema reale della donna sognata dai surrealisti. Vale a dire che Breton viene sorpreso dalla lucidità, dalle visioni (tra cui alcune si confermano subito o in seguito), dallo “spirito aereo” giocoso e disubbidiente di questa fragile donna giovane e bella, nonché da eventi e correspondances stupefacenti che si diffondono in modo concentrico attorno alla loro breve avventura in comune. Ammira con la più totale sincerità questa “anima errante” – come Nadja si autodefinisce – questa donna-medio semipazza, questa fata in grado di concetrare su di sé il desiderio surrealista della meraviglia. Senza essere particolarmente colta, Nadja capisce a volo i testi di Breton, indovina tutto su di lui e sul suo futuro ruolo. Gli regala i suoi disegni misteriosi, che dimostrano un talento indiscutibile, ma tutto questo come se non passasse i limiti di una seduzione mentale – dirà Breton molto più tardi – e “rappresenta soltanto la rivincita dello spirito sulla sconfitta del cuore”. Il fatto che egli abbia lasciato Nadja, malata, povera e infelicemente innamorata, al triste destino di una pluriennale agonia nel manicomio, persino una certa reticenza da parte sua circa l’espressione di un eventuale rimorso di coscienza, sono un indicatore evidente che la nozione surrealista bretoniana dell’amore non lascia molto spazio alla compassione. L’ammirazione che Breton nutre nei confronti di questa donna “più misera di tutte e di tutte peggio difesa” agli occhi della gente comune, a causa della quale essa si riduceva in misero stato, scivolava, ma si dimostrava ugualmente temeraria quando si trattava di servire la liberazione umana “passando la testa e poi un braccio tra le sbarre scostate della logica”, la “più odiosa delle prigioni”, partendo “molto lontano dall’ultima zattera” del desiderio umano di sopravvivenza, que