L’opera poetica di Thomas si articola in un certo numero di raccolte che poi vennero riunite, essendo ancora in vita il poeta, nei Collected poems del 1952. Già dal 1930 Dylan Thomas scriveva poesie, delle quali alcune appaiono in versione assai matura in seguito di poco modificata. Tuttavia il suo primo volume in versi è del 1934 e fu pubblicato col titolo 18 Poems; nel settembre del 1936 esce il secondo volume, 25 Poems, che provoca sul Sunday Times l’entusiasta consenso di Edith Sitwell. Per giustificare criticamente la poesia di Dylan Thomas bisogna innanzitutto fare appello al suo genio poetico; e geniale è chi si identifica in se stesso prima che nella tradizione: comunque tutta quella anglosassone, e direi soltanto questa, sta alle spalle dell’ispirazione di Thomas, da Shakespeare a Smart a Whitman, per fare i nomi più noti; l’opera di questo poeta ribelle, negatore e assertore furioso della vita, è abbastanza complessa e si articola, apparentemente ineguale, ma profondamente coerente, nelle prose e nei versi, che sono una stessa confessione-inno o preghiera urlo di dolore e di amore.
Inutilmente una parte della critica inglese, la meno ispirata, lo accusò di esercitazioni verbali sulla traccia dei surrealisti; chiunque legga versi come questi, anche se ridotti dalla traduzione: “La forza che attraverso la verde miccia spinge il fiore / spinge i miei verdi anni; quella che spacca le radici degli alberi / è la mia distruttrice / E non so dire alla rosa curvata / che la mia giovinezza viene piegata dalla medesima febbre invernale”, può testimoniare di una poesia autentica, che si appella ai segreti rapporti che legano indissolubilmente l’uomo all’universale e li interpreta, il che significa anche una ricerca accurata e ostinata del meglio, una dolorosa capacità di falcidiare entro il rigoglio della propria ispirazione, del che è testimonianza sia la levigatezza formale che la razionalità del contenuto della sua opera, quanto la sobrietà quantitativa.
I temi della poesia di Thomas sono riconducibili a uno solo, la cui ampiezza permise al poeta un centinaio di stupende poesie: il tema della nascita, intesa come viaggio doloroso verso l’altra nascita, unica e definitiva, che è la morte.
Così nella poesia Sognai la mia genesi il poeta fa la storia prenatale della sua vita e la mette in rapporto alla vita vissuta e alla morte.
***Sognai la mia genesi***
Sognai la mia genesi nel sudore del sonno, bucando
Il guscio rotante, potente come il muscolo
D’un motore sul trapano, inoltrandomi
Nella visione e nel trave del nervo.
Da membra fatte a misura del verme, sbarazzato
Dalla carne grinzosa, limato
Da tutti i ferri dell’erba, metallo
Di soli nella notte che gli uomini fonde.
Erede delle vene in cui bolle la goccia d’amore,
Preziosa nelle mie ossa una creatura, io
Feci il giro del globo della mia eredità, viaggio
In prima nell’uomo che ingranò nottetempo.
Sognai la mia genesi e di nuovo morii, shrapnel
Conficcato nel cuore in marcia, strappo
Nella ferita ricucita e vento coagulato, morte
Con museruola sulla bocca che ingoiò il gas.
Scaltrito nella mia seconda morte contrassegnai le alture,
Mèsse di lame e di cicuta, ruggine
Il mio sangue sui morti temprati, forzando
La mia seconda lotta per strapparmi dall’erba.
E nella mia nascita fu contagioso il potere, seconda
Resurrezione dello scheletro e
Nuova vestizione dello spirito nudo. Virilità
Schizzò dal risofferto dolore.
Sognai la mia genesi nel sudore di morte, caduto
Due volte nel mare che nutre, diventato stantio
Nell’acqua salata di Adamo finché, visione
Di nuova forza umana, io cerchi il sole.
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Nella poesia Con ardore desiderai allontanarmi sintetizza il suo desiderio di morte e nello stesso tempo il suo attaccamento alla vita: “Con ardore desiderai allontanarmi / dal s