EDGAR ALAN POE

di | 14 de Giugno de 2015

ULTIMA PARTE DI: IL CORVO -Edgar Alan Poe

“- « Sia questa parola il nostro segno d’addio, uccello o demonio! » – io urlai, balzando in piedi.
« Ritorna nella tempesta e sulla riva avernale della notte!
« Non lasciare nessuna piuma nera come una traccia della menzogna che la tua anima ha profferita!
« Lascia inviolata la mia solitudine! Sgombra il busto sopra la mia porta!
Disse il corvo: « Mai più ».

E il corvo, non svolazzando mai, ancora si posa, ancora è posato
sul pallido busto di Pallade, sovra la porta della mia stanza,
e i suoi occhi sembrano quelli d’un demonio che sogna;
e la luce della lampada, raggiando su di lui, proietta la sua ombra sul pavimento,
e la mia, fuori di quest’ombra, che giace ondeggiando sul pavimento
non si solleverà mai più! ”

Con la poesia “Corvo”,
Edgar Allan Poe esprime tutta la sua impossibilità di metabolizzare il senso di perdita della persona amata….un amore spezzato con la morte lascia un carico di dolore che affligge l’essere umano dalla notte dei tempi.¨

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Video con la Poesia in lingua originale

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“Sono rimasto nella mia testa troppo a lungo

e ho finito per perdere la mente.”

Edgar Allan Poe

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Edgar Allan Poe (Boston, 19 gennaio 1809 –
Baltimora, 7 ottobre 1849)
fu uno scrittore, poeta, critico letterario, giornalista, editore e saggista statunitense. È considerato uno dei più grandi e influenti scrittori statunitensi della storia.

Inventore del racconto poliziesco, della letteratura dell’orrore e del giallo psicologico, finisce per diventare anche uno dei rappresentanti maggiori del racconto gotico.

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« Sono in uno stato depressivo spirituale mai fino a ora avvertito. Mi sforzo invano sotto questa malinconia e credetemi, quando Vi dico che malgrado il miglioramento della mia condizione mi vedo sempre miserabile. Consolatemi Voi che lo potete e abbiate di me pietà perché io soffro in questa depressione di spirito che se prolungata, mi rovinerà… »

Una piccola parte di una lettera dell’11 settembre 1835 scritta da Edgar Allan Poe a John Pendleton Kennedy.

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“Nel 1846 la moglie morì di tubercolosi e ciò fece sprofondare lo scrittore nella più cupa desolazione. Dopo questa morte il genio dello scrittore fu travolto dal dolore e dal rimpianto, che egli affogò nell’alcool – ancor più di quanto già abitualmente facesse. L’estrema povertà in cui viveva lo costrinse addirittura a usare le lenzuola del corredo matrimoniale (portate in dote dalla sposa) come sudario per la moglie stessa.”

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La morte

“Il 3 ottobre 1849 lo scrittore fu ritrovato delirante nelle strade di Baltimora, “in grande difficoltà, e… bisognoso di immediata assistenza”, secondo l’uomo che lo trovò, Joseph W. Walker. Fu portato all’ospedale Washington College, dove morì domenica 7 ottobre 1849, alle cinque del mattino. Poe non rimase mai sufficientemente lucido per spiegare come si fosse trovato in tali gravi condizioni, né come mai indossasse vestiti che non erano i propri.

Si dice che Poe abbia ripetutamente invocato il nome “Reynolds” durante la notte precedente alla sua morte, benché non sia chiaro a chi si riferisse. Alcune fonti affermano che le ultime parole di Poe furono «Signore aiuta la mia povera anima.» Tutti i referti medici, compreso il suo certificato di morte, sono andati perduti. I giornali dell’epoca attribuirono la morte dello scrittore a una “congestione del cervello” o “infiammazione cerebrale”, eufemismi comuni per le morti dovute a cause disdicevoli come l’alcolismo.

L’effettiva causa della morte rimane comunque un mistero; a partire già dal 1872 si ritenne comunemente che fosse stato rapito e costretto a bere alcool, per essere sfruttato ripetutamente come “elettore forzato” (una pratica fraudolenta in uso nel XIX s