Una pagina di un vecchio ma pur sempre bellissimo romanzo
di Giuseppe Tomasi di Lampedusa,scrittore dalla complessa personalità,autore di un unico ma celeberrimo e indimenticabile romanzo”Il gattopardo”
“Preceduto da un Bendicò eccitatissimo discese la breve scala che conduceva al giardino. Racchiuso come era questo fra tre mura e un lato della villa, la reclusione gli conferiva un aspetto cimiteriale accentuato dai monticciuoli paralleli delimitanti canaletti d’irrigazione e che sembravano tumuli di smilzi giganti. Sull’argilla rossiccia le piante crescevano in fitto disordine: i fiori spuntavano dove Dio voleva e le siepi di mortella sembravano poste lì più per impedire che per dirigere i passi. Nel fondo una Flora chiazzata di lichene giallo-nero esibiva rassegnata i suoi vezzi più che secolari; dai lati due panche sostenevano cuscini trapunti ravvoltolati, anch’essi di marmo grigio; ed in un angolo l’oro di un albero di gaggìa intrometteva la propria allegria intempestiva. Da ogni zolla emanava la sensazione di un desiderio di bellezza presto fiaccato dalla pigrizia. Ma il giardino, costretto e macerato fra quelle barriere, esalava profumi untuosi, carnali e lievemente putridi, come i liquami aromatici distillati dalle reliquie di certe sante; i garofanini sovrapponevano il loro odore pepato a quello protocollare delle rose ed a quello oleoso delle magnolie che si appesantivano negli angoli; e sotto si avvertiva anche il profumo della menta misto a quello infantile della gaggìa ed a quello confetturiero della mortella; e da oltre il muro, l’agrumeto faceva straripare il sentore di alcova delle prime zagare.
Era un giardino per ciechi: la vista era costantemente offesa: ma l’odorato poteva trarre da esso un piacere forte, benché non delicato. Le rose Paul Neyron, le cui piantine aveva egli stesso acquistato a Parigi, erano degenerate; eccitate prima e rinfrollite poi dai succhi vigorosi e indolenti della terra siciliana, arse dai lugli apocalittici, si erano mutate in una sorta di cavoli color carne, osceni, ma che distillavano un aroma denso quasi turpe, che nessun allevatore francese avrebbe osato sperare. Il Principe se ne pose una sotto il naso e gli sembrò di odorare la coscia di una ballerina dell’Opera. Bendicò, cui venne offerta pure, si ritrasse nauseato e si affrettò a cercare sensazioni più salubri fra il concime e certe lucertuzzole morte.”
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DA WIKIPEDIA: Giuseppe Tomasi di Lampedusa(Palermo, 23 dicembre 1896 – Roma, 23 luglio 1957)
Morte e successo postumo
Nel 1957 gli venne diagnosticato un tumore ai polmoni, e morì il 23 luglio, non prima di aver adottato come erede l’allievo Gioacchino Lanza di Assaro.
Il romanzo venne pubblicato postumo nel 1958, quando Elena Croce lo inviò a Giorgio Bassani, che lo fece pubblicare presso la casa editrice Feltrinelli.
Nel 1959 il romanzo vinse il Premio Strega.
Curiosamente, anche Giuseppe Tomasi di Lampedusa morì lontano da casa come il suo antenato protagonista de Il Gattopardo, il 23 luglio 1957 a Roma, nella casa della cognata in via San Martino della Battaglia n. 2, dove era andato per sottoporsi a particolari cure mediche che, sfortunatamente, si rivelarono inefficaci.
La salma fu inumata il 28 luglio nella tomba di famiglia al Cimitero dei Cappuccini di Palermo.
Non avendo eredi i titoli nobiliari (duca di Palma, principe di Lampedusa, barone di Montechiaro e Grande di Spagna) andarono allo zio Pietro Tomasi Della Torretta, che morì nel 1962 senza lasciare eredi.
La storia dell’ultimo periodo della sua vita e della stesura de Il Gattopardo è raccontata nel film del 2000 di Roberto Andò, Il manoscritto del Principe.