MAYA DI D’ANNUNZIO

di | 11 de Giugno de 2012

Maya
di Gabriele D’Annunzio
Libro primo delle LAUDI DEL CIELO DEL MARE DELLA TERRA E DEGLI EROI

CAPITOLI Da X. a XII.

X.

Tornammo alla nave ancorata.

La salutammo nel porto

con ilare grido vedendo

il candido fianco apparire.

Tra le Onerarie ventrose

più snella ci parve, leggera

come fasèlo o liburna.

L’albero la verga le sàrtie

la gran randa i piccoli fiocchi

il bompresso trincato

le commessure del ponte

le boccaporte e le cùbie

e le caviglie e i bozzelli

e tutti gli attrezzi minuti,

canape legno metallo,

amammo di vigile amore

come vena per vena

e nervo per nervo le membra

viventi di fragile amica.

Più che l’odor del mentastro

ci piacque l’odor della nave.

Or un de’ cari compagni

recato avea prigioniera

in una gabbia intesta

di giunco una bella cicala

del regno di Pelope Eburno.

E cautamente sospeso

avea quella nassa terrestre

a poppa, e sópravi steso

un ramoscello di pino

reciso nell’Alti; e si stava

in ascolto avendo nel cuore

l’anacreontica lode.

Ma la regina del Canto,

l’ebra di rugiada e di luce,

su l’acqua oleosa del porto

tacevasi attonita all’ombra

dell’ingannevole fronda;

ché il suo luogo è la cima

dell’arbore o l’asta di Atena.

E noi ridevamo il deluso.

«Or téntala dunque col dito!»

Salpammo l’àncora all’alba.

Patre era avvolta di sonno

torbido; ma l’alpi d’Etolia

sorgevano in veste di croco,

quasi Grazie pronte a danzare

sul fiore del Ionio, fasciate

dalla stephàne d’oro.

«Forse, a piè del letto ove giace

la meretrice di Pirgo

invano aspettando il navarca,

Elena figlia del Cigno

s’accoscia e ronfia, nascosta

le mille sue rughe per entro

la grande sua bianca criniera»

pensava taluno di noi

sciogliendo la randa solare

che ben da noi stessi tramata

ci parve, col filo dei sogni.

E vidi il fanciullo nell’Alti,

in mezzo alla strage dei marmi,

ignaro di quella vecchiezza.

Il mattutino spiro

ci volse alla porta del golfo

corintio, tra i due promontorii

affrontati come molossi

che senza latrare protesi

già fossero all’impeto ostile

ma d’improvviso irretiti

in non so qual divina

ambage di rosei veli.

E un amore dei monti

indicibile era nei nostri

petti, e riconoscerne i vólti

ignudi e chiamarli per nome

desiderammo. Ogni lume

ogni ombra ogni solco ogni asprezza

ci parve il segno d’un dio,

l’orma d’un eroe, la fatica

d’un uomo, lo sforzo d’un mostro.

E dicevamo: «È il Coràce

forse? è l’Aracinto? il Timfresto?

o il Bomi onde sgorga l’Eveno?».

Il vento gonfiava la randa;

e tanto la vela era bella

d’armoniale virtude

che parea la scotta sua forte

dovesse, pulsata da un plettro,

rendere un suono di lira.

E ad ogni istante gli aspetti

dei monti eran nuovi, più dolci

o più aspri. E se un’argentina

conca appariva o un anfratto

ceruleo, l’anima nostra

vi si profondava per gli occhi

bramosa d’attingerne l’imo

come il natatore si scaglia

dall’alto nell’onda ch’egli ama

e sommerso tocca la sabbia

o la radice dell’alga.

Tuttavia perché, nella gioia

e nell’avidità, ci saliva

ai precordii un’ansia intermessa

piegando al cammino ritroso?

O amore, amore mai sazio

di conoscere e d’adorare!

Taluno de’ cari compagni

dicea: «Non vedremo la bocca

dell’Eveno, e non il suo guado;

non il regno di Deianira,

non in Calidóne la caccia

né la tomba ove corse

delle Meleàgridi il pianto».

Volgevansi a poppa gli sguardi

per la scìa lunga virente.

E l’odore dell’ecatombe

sentimmo, vedemmo l’Etolia

accesa di fùnebri roghi,

la forza di Meleagro

avvinta al tizzo dal Fato,

e Deianira nel fiume

torcersi abbrancata da Nesso,

Eràcle con la saetta

intrisa nel fiele dell’Idra

passare il polmone ferino.

E dicemmo: «O Ellade, tutto

in te vige, splende e s’eterna.

Come le b