L’ANNUNZIO

di | 11 de Giugno de 2012

L’annunzio

Udite, udite, o figli della terra, udite il grande

annunzio ch’io vi reco sopra il vento palpitante

con la mia bocca forte!

Udite, o agricoltori, alzati nei diritti solchi,

e voi che contro la possa dei giovenchi, o bifolchi,

tendete le corde ritorte

come quelle del suono tese nelle antiche lire,

e voi, femmine possenti in oprare e partorite,

alzate su le porte,

e voi nella luce floridi, e voi nell’ombra curvi,

fanciulli loquaci, vecchi taciturni,

o vita, o morte,

uditemi! Udite l’annunziatore di lontano

che reca l’annunzio del prodigio meridiano

onde fu pieno tutto quanto

il cielo nell’ora ardente! V’empirò di meraviglia;

v’infiammerò di gioia; vi trarrò dalle ciglia

il riso e il pianto.

Salirà dai profondi cuori un grido immenso

come quel che improvviso tonò nel silenzio

del giorno santo.

Ornate di purpuree bende il giogo oneroso,

delle più fresche erbe gli alari che il fuoco ha róso

nel fervido camino;

sospendete alla trave arida la ghirlanda aulente,

coronate la fronte del toro, il vaso lucente,

la pietra del confino.

La bellezza del mondo sopita si ridesta.

Il mio canto vi chiama a una divina festa.

Nelle vostre rene rudi, ecco, il mio canto versa

un sangue divino.

Udite, udite, o figli del Mare, udite il grande

annunzio ch’io vi reco sopra il vento giubilante

con la mia bocca sonora,

nudi nell’ombra cerula delle vele mentre vibra

come nella selva il curvo legno per ogni fibra

da poppa a prora

e il pino dischiomato che per l’alto sal viaggia

pur anco geme in lunghe lacrime la selvaggia

gomma onde il cuor gli odora,

uditemi! Io vi dirò quel che da voi s’attende,

le vostre sorti auguste, la deità che in voi splende

e il Mar che è divino ancóra.

Gittate le reti su i giardini del Mare

ove rose voraci s’aprono tra il fluttuare

dell’erbe confuse;

cogliete il ramo vivo nella selva dei coralli

ove fremono eretti gli ippocampi, cavalli

esigui, e le meduse

trapassano in torme leni come in aere nube;

cogliete i fiori equorei, molli come le piume,

dolci come le ciglia chiuse;

fioritene ogni albero, fioritene ogni antenna,

il timoniere alla barra, il gabbiere alla penna,

e il piloto che sa i cieli,

e i bracci dell’àncora tenace che sa gli abissi,

e le escubie, occhi della nave aperti e fissi

verso i lontani veli

ove s’asconde l’isola felice o la tempesta!

Il mio canto vi chiama a una divina festa.

La bellezza del mondo sopita si ridesta

come ai dì sereni.

Mentì, mentì la voce dinanzi alle dentate

Echìnadi tonante nella calma d’estate

verso la nave. Il giorno

spegneasi entro quell’acque, fumido; come una pira

ardea Paxo; Achelòo, pensoso di Deianira

e del divelto corno

dalla forza d’Eràcle nell’iterata lotta,

respirava per la sua vasta bocca nel mare e sola

la sua brama era intorno.

O padre fecondatore dei piani, re violento, atroce

sposo, testimonio eterno sei tu. Mentì la voce

che gridò: «Pan è morto!».

Ma pieno era il giorno, ma era a sommo del cerchio

il Sole, il maestro dell’opre eccellenti, lo specchio

infaticabile degli umani,

l’amico delle fonti, la chiara faccia, il puro

occhio che vede tutte le cose (udite, udite!); e tutto

il silenzio dei piani

l’adorava offerendo al suo fuoco le messi

altrici delle stirpi, i mietitori genuflessi

dalle consacrate mani,

e le falci terribili, e i vasi d’argilla proni

onde l’acqua trasuda, simili alle fronti

madide nella fatica,

tramandati dai padri nella forma immortale,

e i rossi carri aspettanti il peso cereale

fermi presso la bica,

e le chiome delle femmine seguaci, e le criniere

dei cavalli furibondi sotto la sferza crudele

e la schiuma di quel furore, e le preghiere

grandi su l’opra antica.

Pieno era il giorno, o figli, era il Sole imminente;

e tutto il silenzio dei mari l’adorava offerendo

al s