Ottantanove
All’inizio, quando si incontrarono, si amarono perché entrambi, per strade diverse, avevano conosciuto una estrema e solitaria infelicità. La vita di lei era stata profondamente amara, la vita di lui precocemente sventurata. Misero in comune l’amarezza e la sventura, e amorosamente cercarono di aiutarsi, si aiutarono, senza sperimentare né una tregua nell’amarezza né una metamorfosi della sventura. Forti della unicità del loro legame, di quel segno negativo che lo contrassegnava, svilupparono attorno alla loro tristezza un amore costante, fedele, attento. Si consolarono, nella certa consapevolezza che nessuna consolazione, era possibile. Ciascuno dei due continuò ad essere ciò che era stato nella vita precedente, ma insieme vissero un rapporto che non negava ma in qualche modo metteva in comune il dolore. Ma l’amore ha le sue malizie. Per qualche tempo, l’amore, reciprocamente, all’amarezza e alla sventura, passava per colui o colei che vivevano quella condizione; ma poiché quella condizione era il fondamento e la garanzia e il senso del loro amore, ciascuno cominciò ad amare direttamente l’amarezza e la sventura dell’altro; se ne eresse a custode, e cominciò a badare che l’altro non si scostasse troppo dalla propria angustia. Ciascuno divenne geloso del dolore dell’altro e in breve avrebbe considerato una infedeltà ogni tentativo di scostarsi da quel dolore. Poiché erano di natura costante, ciascuno imparò ad amare il proprio dolore come pegno dell’amore dell’altro; e ciascuno proteggeva il proprio dolore e vigilava sul dolore dell’altro. In questo modo, la loro condizione amorosa raggiunse un perfetto equilibrio, in cui ciascuno giungeva al centro dell’altro attraversando e controllando i territori della sua angoscia. Ogni giorno, ciascuno verificava che la propria e altrui angoscia fossero intatte. Cercarono, anzi, di incrementare e perfezionare le loro sofferenze; in un primo tempo, accrescendo ciascuno le proprie; in seguito, ciascuno operando ad accrescere la sofferenza dell’altro. Si conobbero a fondo, e con pazienza e acume si trafissero reciprocamente, e si lasciarono trafiggere. Ciascuno accompagnò l’altro verso una irreversibile degradazione. Ora, non ignari, stanno attentamente preparando la meticolosa, lenta reciproca distruzione.
Giorgio Manganelli
(Racconto tratto dalla raccolta Centuria – cento piccoli romanzi fiume, Adelphi Edizioni, Milano, 1995; prima edizione: 1979. )
Giorgio Manganelli (Milán, 15 de noviembre de 1922 – Roma, 28 de mayo de 1990),
fue un escritor italiano inclasificable.
Además de sus prosas creadoras, ejerció también —y extensamente— como crítico, periodista, ensayista y traductor.
Aunque nacido en Milán, sus progenitores eran de Parma. La madre, Amelia Censi, era maestra, y el padre fue un procurador en la bolsa, de origen humilde.
Estudió letras en la Universidad de Pavía. Su trabajo de graduación, Contributo critico allo studio delle dottrine politiche del ‘600 italiano, se publicó a su muerte en 1999 por Quodlibet. Dio clases en secundaria y luego de inglés en la Universidad de Roma, hasta 1971. Fue un lector de las más valiosas editoriales: Mondadori, Einaudi, Adelphi, Garzanti y Feltrinelli.
El raro escritor Manganelli comenzó en 1953 escribiendo críticas, y a veces sobre escritores imaginarios. Su consagración en Italia como escritor se inicia ya con el primer libro, Hilarotragoedia, publicado a los cuarenta años, al haber tomado contacto con la enfermedad y la locura, según se sabe hoy. Pero sólo tras el premio Viareggio, conseguido 1979 por su Centuria, se empezó a traducirle al alemán y al castellano. Desde entonces se le ha considerado como un verdadero e inclasificable creador del siglo XX.
Manganelli desarrolló una prosa barroca y riquísima, difícil pero rigurosa y absorbente. Por ello se dice que el protagonista de sus obras de ficción es ante todo el propio lenguaje. Estilista implacable y de una imaginaci