sonetto XIX
Grinfie di tigre rodi, tempo audace,
rendi alla terra in pasto la creatura,
prendi le zanne orrende della fiera,
ardi nel proprio sangue la fenice.
Pena o conforto da’ come ti piace,
fa’ quel che credi, tempo corridore,
al mondo, alle sue grazie periture,
ma ti proibisco il crimine più atroce:
al viso del mio amore serba luce,
risparmia lo scalpello guastatore,
alla rovina lascialo scampare,
che a futura bellezza sia matrice.
O infuria, tempo! e come che imperversi,
l’amore vivrà eterno nei miei versi
william shakespeare
sonetto -XXVII
Torno a giacere – il giorno mi ha spossato.
Riposano le membra, ma il pensiero
dimentica le vie che ho camminato
e inizia il proprio viaggio, più leggero.
La mente inquieta lascia il suo giaciglio:
peregrinante amore a te la reca;
si leva insonne, non vuol chiuder ciglio,
si leva nella tenebra più cieca.
E suscita dal niente una chimera,
un’ombra cara: ed ecco il tuo sembiante
far bella questa vecchia notte nera,
donarle un fuoco vivo di diamante.
Fatica il corpo il dì, la notte il cuore:
l’amante non ha tregua dall’amore.