I RACCONTI DI PETER MANERO – 2

di | 11 de Novembre de 2011

Art Divoux Atto 1 di Peter Manero

“A volte mi piace pensare alla storia del rock
come alle origini dell’arte drammatica in Grecia,
che ebbe inizio in un’aia durante le stagioni propizie
ad opera di un gruppo di fedeli in adorazione
che danzavano e cantavano.
Poi, un giorno,
uno di posseduti uscì dal gruppo
ed iniziò ad imitare un dio.”

James Douglas Morrison

Art Divoux
Atto 1

La chiesa che officiava il servizio funebre era un edificio moderno, disposto su due superfici, recuperate da un cinema abbandonato e in disuso ormai da anni. Mai avrei pensato che il trapasso di mio marito, sarebbe stato meno doloroso rispetto ai precedenti ai quali avevo assistito, molti dei quali erano amiche e conoscenti. Quando mi soffermavo a congetturarne questo momento, descrivevo spiritualmente gli effetti sofferenti e devastanti per una persona alla quale avevo dedicato parte della mia vita. Forse perché non l’avevo mai amato, e di questo ne era consapevole anche lui. O forse perché l’altra parte della mia vita mi era appartenuta completamente. Quella parte mi aveva catturata in tutto il suo essere, con la stessa semplicità con la quale era incominciata, con l’improvvisazione che ogni destino segna l’eletta, una luce che s’accende nella vacuità della tua esistenza nell’oscurità della malinconia quotidiana.. Il velo d’ombra che appanna la vista, che intralcia il cammino, quella guida incomprensibile che porta il viandante nel baratro. E questo quadro, aveva il pennello di una ragazza di appena vent’anni, al primo anno di lettere, bella e giunonica come Jane Russell, la mi attrice preferita. Ad ogni mio passeggio, vedevo sopra su me gli occhi dei miei compaesani di ogni età, i miei compagni di università mi adoravano, i miei professori anche; Enzo, ormai laureato, insegnava alla Bocconi. Tutto era perfetto, tranne la mia anima. Arrivò quell’estate, la stessa che vide la morte di Jim Morrison, calda e afosa perché il Re Lucertola lo sognavamo in tutta la sua bellezza e il tutta la sua osannata maledizione di poeta dionisiaco. Ed ancora quell’estate che stavo realizzando a quale stadio avanzato si stava propagando la morte del mio rapporto con il mio fidanzato. Avevo dato il mio ultimo esame a maggio, poco esaltante a dire il vero, visto il bel 18 che mi fu concesso. Il mio unico svago era l’associazione culturale “Gli amici dell’Arca”che condividevo con i miei alter ego: Isabella, che fra noi micette era Bella, Vidyanna figlia di mauriziani che fra noi era Vidya; Guendalina che fra noi era Guendy, Ilaria fra noi Lara.
Per quanto riguarda me, Savanna e solo Savanna era il mio nome!
Quella benedetta estate fu salutata con l’addio del presidente dell’associazione. Più che addio, fu un avera e propria fuga con i quattrini della Regione Basilicata per avviare gli “Artisti in strada” una serie di spettacoli nella valle del Mercure, che dava la possibilità di esibirsi band e solisti: a Viggianello, ne esisteva una, il cui leader era il fuggitivo ex presidente. Questi fu beccato a Mormanno, il primo paese del Pollino calabrese, e grazie alle tante conoscenze, restituì il malloppo in cambio del silenzio stampa.
Eravamo rimasti da sole, senza una guida, con una scadenza alla porte, la Regione che aveva riottenuto i soldi ma nel contempo aveva concesso un mese di tempo per presentare un nuovo progetto. La Pro Loco ci stava sollecitando, noi in realtà non avevamo idee alternative. A quelle condizioni, avremmo perso la somma rimessa da parte dall’assessorato. Una mattina, insieme a Vidya, Bella, Lara e Guendy, eravamo davanti alla sala riunioni della Pro Loco per ripresentare il medesimo progetto al nostro amico e socio del comitato. Pasquale era seduto in compagnia di una persona ch’era di spalle e discorreva amichevolmente.
si rivolse a noi allorquando ci scorse davanti all’uscio della porta. Nel momento in cui accogliemmo l’invito del nostro amico, la persona si voltò verso di noi: era alto e snello, i