CHE TU SIA PER ME IL COLTELLO

di | 9 de Marzo de 2011

■Amore è il fatto che tu sei per me il coltello col quale frugo dentro me stesso. ■Anche solo immaginare il tuo modo di parlare mi calma. E mi rende felice. Mi scorre nel corpo come una medicina, facendoti gorgogliare dentro di me. Non smettere. Non smettere mai.
■Dopo aver fatto l’amore, dormiremo abbracciati. La tua schiena contro il mio ventre. E io stringerò le dita dei piedi attorno alle tue caviglie, come delle mollette, perché tu non possa volar via la notte. Saremo come un’immagine in un libro di scienze: un frutto tagliato a metà, tu la buccia e io il torsolo.
■È una legge non scritta: chi vuole starmi vicino deve assumersi la responsabilità della mia anima. Perché qualunque idiota può capire come sia facile uccidermi. Uno sguardo ben mirato basterebbe. Sono convinto che da qualche parte, dentro me, c’è un punto vulnerabile che chiunque, anche uno sconosciuto, può vedere e colpire. Eliminarmi con una parola.
■Ma solo per iscritto, lascia che rimanga così. Con la speranza di avere entrambi la forza di combattere ancora le seduzioni della realtà.
■Mi stringerai ancora più forte e mi bacerai con tutta l’anima, come se, così facendo, riversassi in me tutto quello che è racchiuso e celato in te, che si aprirà e si svelerà nel mio corpo, piano piano, finché tutto si scioglierà.
■Se potessi ti comprerei una casa grande enorme capace di contenere la tua anima e la riempirei con tutti i tuoi sogni grandi e piccoli.
■Parleremo una nostra lingua e racconteremo le nostre storie, e ci crederemo con tutte le nostre forze, perché in mancanza di un luogo privato come questo -dove quello in cui crediamo si realizzerà, anche solo per iscritto- la nostra vita non sarà tale; o peggio ancora, la nostra vita sarà solo un vita… Sei d’accordo?
■Ma dentro di me esisti in un modo che mi atterrisce.
■Per un po’ forse continuerò ad urlare il tuo nome a me stesso, nel cuore. Ma alla fine la ferita si cicatrizzerà.
■Ma a dire il vero ho parlato solo di te, cos’ho visto in te, e non sono capace di lasciarti andare senza che tu sappia cos’è successo a me in quei momenti.
■Ma io ero ancora libero, cioè libero di sbagliare.
■E la cosa incredibile è che ho visto come fuggivi senza muoverti dal tuo posto, sfruttando quella momentanea distrazione per sparire.
■Qualche tempo fa hai scritto che, se qualcuno rifiuta di conoscere un tuo sentimento particolarmente intenso, ti senti come se quella persona ti stritolasse, ti uccidesse.
■Niente fantasie, niente sogni. E se qualche volta ti sei lasciata andare, è stato solo per mezzo d’opere d’arte, pittura, canto, musica naturalmente. Ma sempre giungeva la ‘realtà’ a sollecitarti. Come si fa con uno schiavo che cerca di fuggire. Allora cosa ti è rimasto? Dove hai vissuto?
■Che sollievo. Il sollievo dell’armatura che scopre dentro di sé un cavaliere ancora vivo.
■Ogni tua parola è caduta esattamente dove era attesa da anni.
■In fondo non mi sorprende. A volte penso che forse, all’inizio, è stata la tua ferita ad attrarmi.
■Sai, a volte, mentre ti scrivo, provo una strana sensazione, totalmente fisica, come se prima di poterti parlare fossi costretto a vedere le parole che mi abbandonano in una lunga fila per giungere fino a te, per consegnarsi nelle tue mani. (che tu sia per me il coltello, david grossman, edizione oscar mondadori)
■ È il segreto che ti sussurro all’orecchio già da un mese: noi due non siamo vivi! Voglio dire, non in un luogo in cui vigono le leggi ordinarie che regolano i rapporti tra le persone, tantomeno tra uomo e donna. Dove siamo, allora? Non m’interessa saper dove, perché dargli un nome? Sarebbero comunque nomi “loro”, nomi tradotti, e con te voglio una costituzione diversa di cui saremo noi a fissare le leggi.

“Chi vuole starmi vicino deve assumersi la responsabilità della mia anima. Qualunque idiota può capire come sia facile uccidermi.
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