LA BELLA DEGLI SPECCHI

di | 25 de Luglio de 2009

LA BELLA DEGLI SPECCHI

A Lucca tutti conoscono la leggenda di Lucida Mansi , la Bella degli specchi,
che dal lontano 1600 ancor oggi torna in certe notti a visitar la sua città natale transitando, bellissimo fantasma,
nella sua carrozza nera e dorata sulle mura antiche per poi finire a immergersi nel piccolo lago dell’Orto Botanico ,
in un terreno maledetto che un tempo fu il luogo di sepoltura di giustiziati, eretici e appestati.

Si dice che a volte sia possibile scorgere il perfetto corpo nudo di Lucida riflettersi, come in un specchio, nell’acqua del laghetto.

E’estremamente difficoltoso individuare un personaggio effettivamente vissuto con questo nome. In effetti ci fu tra gli antenati dei Mansi
una certa Lucida Saminiati o Sanminiati, nata nel 1606 e andata in sposa poco più che bambina a un tal Vincenzo Diversi che morì
poco dopo il matrimonio assassinato per una lite di confine.

La giovane meno che ventenne, contrasse nuovamente matrimonio con il nobile quarantenne Gaspare di Nicolao Mansi , che presto la restituì
al suo stato di vedovanza.

Morì di peste nel 1649.

Di lei non si altro.

Eppure tutte le leggende contengono sempre un briciolo di verità…

Chi fu veramente la Bella degli Specchi?

Lucida visse a Lucca nel 1600, un secolo carico di ori , velluti , sete , stucchi che incorniciavano e adornavano la carne.

I Mansi, famiglia conosciutissima non solo in città ma in tutta l’Europa dell’epoca, era assai danarosa: operava nella mercatura della seta.

Pertanto Lucida, rimasta vedova di Gaspare Mansi appena ventiduenne, si trovò libera e padrona di palazzi, ville e castelli.

Era bellissima: folti e crespi i capelli ramati, scuri gli occhi, bianche le carni, perfetto l’ovale del viso, lunghe e snelle le membra.

Celebrò la morte del consorte adottando un lutto strettissimo: avvolta in quel nero sontuoso appariva ancora più snella e
l’aria sofferente aggiungeva al suo fascino un alcunché di torbido, come se portasse a spasso la morte con intima e innaturale gioia.

Ora era libera di guardarsi attorno, anche attraverso i veli: si accorse dell’ammirazione che destava negli uomini, sposati o liberi che fossero,
anche per la sua nuova condizione di ricca vedovanza.

Così cominciò a rimirarsi più attentamente di quanto mai avesse fatto in passato e si rapì in sé stessa.

Una gioia come un vento le liberò l’anima quando iniziò ad amoreggiare con gli specchi.

I saloni di Palazzo Mansi risplendevano di sete e damaschi viola, i candelabri gonfi di cristalli illuminavano la bella nel suo scuro languido incedere.

Ma la sua stanza, il suo regno, Lucida la volle particolare, adorna dei suoi nuovi amori: specchi di ogni foggia e misura ne riempirono le pareti,
anche il soffitto del letto a baldacchino divenne un enorme superficie riflettente dove la splendida donna, nuda, adagiata in ogni posa,
poteva rimirarsi a suo piacere.

Fu naturale il voler scoprire se anche negli occhi di un uomo poteva ritrovarsi così bella.

Chiamò alla Villa il primo amante a cui presto ne seguirono altri.

Gli appetiti di quel corpo giovane e desiderabile, probabilmente disattesi dai consorti, reclamavano di esser saziati , ora che la Bellezza,
perduta in sé stessa, esigeva continui tributi.

Nel Seicento le funzioni religiose erano fitte e dense di incensi e paramenti sacri pesanti di scintillanti pietre e ori.

Lucida era devotissima, nonostante le voci che già correvano in mormorii sotterranei su di lei. Entrata in Chiesa, bagnate le dita nell’acquasantiera,
si segnava, tra il popolo che si inchinava al suo passaggio, per dirigersi poi alla poltrona di famiglia vicino all’altar maggiore.

Devota, sorreggeva il libro nero della Messa, assorta; ma come suonava il primo campanello, al Sanctus, una gioiosa luce la illuminava;
cominciava allora a sfogliar febbrilmente le pagine e quando si accorgeva che una