Rosandra era il suo nome….
C’era una volta..c’era..
una valle ed un vecchio Castello, detto di Moccò, questo era il suo nome. Era raggiungibile da uno stretto sentiero a picco sulle rocce, attraversando uno stretto ponte levatoio, era stato costruito su una antica collina ora di aspetto torvo, piccolo, ma imponente, con mura alte e possenti servito da una torre battuta dai venti su uno sperone di roccia, come un nido d’aquila a sentinella di una valle bella e misteriosa. All’ultimo piano di questo maniero, in una piccola e fredda camera in pietra con un camino, alla luce di una lanterna, viveva la giovane e bella Rosandra, figlia del Conte dei Barbamoccolo che da anni ormai governava queste fredde mura. Il castello era un fortilizio militare protetto da una piccola cernita di militi e da una ventina di cavaglieri a estremo baluardo e difesa di queste terre di confine del vecchio Comune di Tergeste. Il Comune per anni rivale nei commerci di Venezia, dopo una ventina di anni di guerre, dopo carestie, era al collasso. Tutti agognavano la pace ma essa non aveva ancora raggiunto questi luoghi, così belli, ma brulli. Dopo le rotte dell’ultimo inverno, la povertà e le miserie della guarra, gli araldi davano per certo un esercito nemico in arrivo in città.
Rosandra durante la guerra aveva vissuto sempre quasi da sola, poche amiche, in attesa di qualcosa o qualcuno che le cambiasse la vita, dalla stanza della torre poteva vedere la valle, gli alberi, il borgo, viveva alla finestra, ma non era libera, anche se poteva muoversi nel cortile del castello. Le mura erano la sua protezione e la sua prigione. Raramente e ben scortata da due damigelle ed un servo, ella usciva al borgo vicino, ma mai più lontano di qualche centinaio di metri da occhi premurosi, ma severi. Correre e giocare lungo i sentieri della sua valle e nei prati, anche da bambina le era proibito. Ma Rosandra non era più una giovinetta, giocare non la interessava più, ormai era una già donna ed il suo passaggio alla maturità le aveva aperto nuovi desideri, nuove aspettative, tuttavia per ora poteva solo sognare una vita di amore. A nessuno del paese era consentito avvicinare Rosandra, il padre ne era gelosissimo, guardingo, un guerriero, un tiranno negli affetti. Tutti allora si guardavano dall’avvicinarsi senza permesso alla giovinetta, essendo ella la figlia del temuto Conte. Al borgo gli uomini del paese, parlavano sempre della piccola principessa Rosandra, ed i cavaglieri tutti ne erano innamorati, spesso fantasticavano sulla sua bellezza, sul dorato colore dei capelli, le lebbra e il suo aspetto delicato. Per i militi invece, una parola di troppo e avrebbero perso la vita. Rosandra cercava il vero amore. Non sognava un cavagliere, un principe, ma un uomo che l’amasse per sempre, che la rapisse e la portasse lontano da quel cupo e triste magnero. Voleva vivere, amare, andare lontano da questi posti tristi e senza pace. Pochi del paese l’avevavo vista di persona: del resto lei era rinchiusa nel castello ed essi erano tutti uomini umili, poveri , dei pastori che anche se fossero giovani non avevano nessuna speranza di avvicinarla o peggio di alzare lo sguardo su di lei. Tuttavia tra loro vi era un giovinetto, gagliardo, di nome Fabiolo, figlio di un falegname, senza paura e di un coraggio da leone, sembrava più un condottiero che un pastore: da quando una sera sotto il castello aveva sentito la voce della Rosandra cantare, lui che già la sognava, si era innamorato perdutamente di lei. Avrebbe affrontato il Conte se serviva, ma era solo un pastore. Non era un incosciente tuttavia, nessuno riuscì a farlo cambiare idea: perchè un pastore con una principessa…che idea..Se è vero che la fortuna aiuta gli audaci, Fabiolo era un temerario: di nascosto e per caso conobbe Rosandra una mattina, ella era stranamente da sola alla fontana nel bosco, senza scorta, le due dame ad una cinquantina di metri ed il servo intento a raccogliere dei prelibati funghi. Fabiol