UNA BELLA PAGINA PER RICORDARMI DELLE MIE ORIGINI

di | 25 de Aprile de 2010

Terra acquatile,
che ha del mare le insidie e le gravi estatiche calme,

terra malinconica e pur cruda

e nitida come il trascolorare della lucentezza marina sotto le nuvole del libeccio e dello scirocco o nel secco sferzare serenatore del vento dell’est;

terra afosa, densa e, al tempo stesso, fresca

e lontananze, dove la malinconia dell’anima trova sempre un suo respiro, una sua assorta ed incantata dilatazione.

E, proprio per questa vastità di orizzonti,

il Polesine appare la terra della solitudine che conforta.

Perché, in nessuna altra terra come in questa, il mondo vegetale è tanto vicino al cuore dell’uomo,

è come il verde protendersi verso l’alto,

in isole, quasi in oasi,

di una presenza arborea che altrove diventa massa, compagine, uniformità esuberante e frondosa.

I pioppi lungo il Po della Maestra,

troppo diradati forse oggi per l’incidenza dei tagli decennali,

anche se in lunghe file stormenti al vento,

sono alberi solitari,

hanno dell’albero solitario il vibrare,
lo svariare di colore delle foglie tremule,

sono i segni ultimi, in geometrico ordine, della terra umida e già salmastra,

perché, dietro ad essi, non lontano ad essi,

appaiono marezzate, increspate già dal respiro del mare o stagnano,

nelle giornate grevi di cielo aperto, le acque delle valli di Porto Barbamarco o di Boccasette,

come il Po della Maestra stesso si butta nel mare attraverso una successione di sempre più esigue golene, quasi a protendere fino al limite estremo nell’acqua quella terra che già le appartiene,

tanto la salsedine impregna ormai le povere tracce di rusco e di falasco che ancora in essa attecchiscono.
Ma più ancora che nel vento, nel verde solitario, nella vastità degli orizzonti, l’anima segreta, opaca del Polesine va ricercata nell”acqua dei suoi fiumi.

Il Po, che ha visto tante altre terre e città,
trova nel Polesine la sua pace maestosa e solenne, acquista un corso più ampio, quasi diventa un mare arginato tra due sponde, visibili sì, ma lontane.

E la voce del Po Grande, da Contarina alla Pila, è il respiro inconfondibile di tutto il Polesine, come l’acqua di esso, di un colore altrettanto inconfondibile,
tra l’azzurro scialbo, il grigio argentino delle bave
o delle spume nei punti dove fa gorgo, iridata nei riflessi del sole

o incupita da improvvisi toni plumbei se una nube la vela,

violacea nei crepuscoli di rosso sangue o rosso rame che a lungo gravano,

che tardano tanto a morire nelle basse,

è un’acqua indubbiamente più libera di quella di un fiume ordinario, è già quella di un fiume quasi non più costretto.

Al primo mattino, tra i vapori più o meno spessi delle fumee estive o tra la nebbia leggera d’autunno,

si intravvedono i pioppi o i salici dell’altra sponda come vaghe ombre, più o meno scure, avvolte quasi da un velo cincrino.

E la distanza appare più grande e lo sciacquio della corrente vastissima non rompe la calma,

il torpore incantato di tanta distesa;

l’anima sente che quell’eterna voce dell’acqua dilataill silenzio.

Più tardi, levatosi il sole, le acque si fanno smeraldine pur conservando un’ombra di tonalità illividita;

talvolta splendono quasi con sprazzi metagici sotto il sole a picco e,

nell’ora del tramonto, han quasi il color cilestrino di un mare tranquillo, un pò smorto.

E se soffia il vento, acquistano riflessi più cupi, e l’orlo dell’onda allora tende al violacco.

Ma a chi, dalla barca, avvicina la faccia al fresco alito dell’acqua,

il Po appare torbido, di una torbidezza irruenta; filoni, groppi convulsi di sabbia e di limo, turbinano nel grande fluire: sono i segni della sua rapinosa, profonda, inesauribile forza di corso.

Da quella sabbia, da quel limo saranno formati gli scanni che si prolungano in mare alle sue foci su cui si frangono le onde salse, in un dominio, però, che non è ancora il loro,

perché il fiume, nella sua