TORQUATO TASSO

di | 23 de Agosto de 2012

I piaceri di Venere devono essere conquistati attraverso una via ardua. Questo é il succo di questa favola pastorale

“Perduto è tutto il tempo,
Che in amar non si spende.
O mia fuggita etate,
Quante vedove notti,
Quanti dì solitari
Ho consumati indarno”

HO visto al pianto mio

Risponder per pietate i sassi, e l’onde;
E sospirar le fronde
Ho visto al pianto mio;
Ma non hò visto mai,
Né spero di vedere
Compassion ne la crudele, e bella,
Che non sò s’io mi chiami ò donna ò fera,
Ma niega d’esser donna,
Poiche nega pietate
A chi non la negaro
Le cose inanimate.

da Torquato Tasso: l’Aminta

L’Aminta è una favola-dramma pastorale in 5 atti.L’Aminta fu composta da Torquato Tasso nel 1573 e pubblicata nel 1580 circa.

Il pastore Aminta ama Silvia senza essere ricambiato; nonostante che Dafne, sua amica, le consigli di cedere all’amore, e che Aminta l’abbia liberata da un satiro (divinità dei boschi avente figura umana, con i piedi e le orecchie caprine e la coda di cavallo o di capra) il quale, legatala ad un albero, le stava facendo violenza, Silvia è sempre restia all’amore. Ma Nerina un giorno narra di aver visto dei lupi intorno a un velo insanguinato di Silvia; Aminta sentita la notizia si uccide buttandosi da una rupe. Silvia, invece che è viva, sentito del suicidio corre ad abbracciare il corpo del giovane con amore. Ma Aminta non è morto: cadendo rimase impigliato nei cespugli. Così i due giovani possono sposarsi felici.

Nel suo significato l’Aminta è un desiderio di vivere a contatto con la natura e amore per la vita. L’amore è il tema dominante che investe tutti i personaggi da Aminta a Dafne, e nell’opera prevalgono toni lirici e musicali.

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