PETER MANERO

di | 12 de Gennaio de 2013

Tratto da una delle pagine piú toccanti di PeterManero

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Il cuore nel pozzo

10 giugno 1981

Alle 19:00 di un giorno come tanti, nei pressi di Vermicino in località Frascati, viene lanciato l’allarme da una madre, come tante, in apprensione per il mancato ritorno del suo figlioletto di appena sei anni.
Viene subito battuta la zona circostante, un pozzo artesiano al quale viene chiusa l’imboccatura addirittura con un masso.
A mezzanotte, purtroppo dal fondo di quello stesso pozzo, vengono udite delle richieste d’aiuto: la voce era flebile e di un bambino.
Era Alfredino Rampi!
Vengono allertati i vigili del fuoco, i quali studiarono la non felice idea di far scendere una tavoletta di legno, dimodoché il piccolo si potesse aggrappare. Ma la stessa s’incastrò poco sopra questi.
Indicibile la sofferenza dei suoi genitori.
Da quel momento, la vicenda di Alfredino sarà al centro di un sistema mediatico che ebbe un flusso catalizzatore sugli italiani che ancora oggi non ha eguali. Diciotto ore di diretta delle emittenti RAI a reti unificate.
In quei giorni, Piero, un adolescente di quindici anni, un chitarrista in erba che trascorreva la sua quotidianità suonando convinto di saper emulare Elvis, viene completamente risucchiato da quel vortice che solo la TV è capace di costruire intorno a sé.
Amò quel fanciullo come se fosse stato suo fratello minore e spesso, durante le estenuanti dirette televisive, suonava la sua chitarra e cantava con tutto il cuore, pur di dare indirettamente una voce calda di aiuto al piccolo Alfredo.
Esultò allorquando gli pervenivano le notizie attraverso i colloqui del vigile del fuoco che interloquiva con il fanciullo attraverso un microfono che era stato calato sin dal principio e che fu con lui non lasciandolo un solo istante.

Le speranze si alimentarono quando giunse la trivella che cominciò a perforare il terreno.

Sognava ad occhi aperti quel momento, perché finalmente lo avrebbe visto in carne ed ossa.
Non era ancora l’era dei cellulari, dei video e di Youtube, quindi ciò che avevano di Alfredino erano solo fotografie.
Lo avrebbero visto muoversi, correre per i campi come un capriolo e solo come gli innocenti di sei anni sono capaci di fare.
Non sanno mentire, non sanno odiare, non vogliono guerre ma solo esaltare tutta la forza e gli ardori della loro infanzia.
Presumibilmente raggiunsero la profondità ove doveva trovarsi, e cosi scavarono un cunicolo in orizzontale: purtroppo Alfredino non c’era, era sprofondato a 61 metri!
Inutili le immersioni di un volontario, Angelo Licheri, tipografo di professione, il quale avendo una corporatura snella e di bassa statura: rimase quarantacinque minuti a testa in giù, a rischio della sua vita.
Era riuscito ad agguantarlo, ma completamente coperto di fango, gli era scivolato dalle mani.
Piero aveva il fiato sospeso, davanti alla TV e le lacrime agli occhi: la voce di Alfredino Rampi non si udiva più!
L’ultimo volontario che si calò, lo speleologo Donato Caruso, espresse il tragico verdetto: Alfredino riposava fra le braccia di Dio!
Era il 13 giugno.
Piero spense la TV, costernato e deluso, non riuscendo a seguire neanche le operazioni di salvataggio che si conclusero l’11 luglio. Non ne ebbe più il coraggio!

6 giugno 2011
Bruno Vespa, conduttore del famoso programma “Porta a porta”, ricorda l’accaduto trent’anni dopo esatti, ripercorrendo fotogramma dopo fotogramma quelle scene.
Davanti alle TV, Piero osservava come uditore silente, quelle stesse immagini che l’aveva tenuto incollato all’epoca dei fatti: da quel giorno in poi, lui tentò invano di rimuovere ogni tipo di ricordo. Quel giorno osservava attentamente rievocando quei momenti nella sua mente, ma stavolta era diverso!
Tutto ardeva nel suo cuore.
Tutto vibrava nelle sue fibre.