Miklós Radnóti

di | 10 de Gennaio de 2010

Miklós Radnóti, in quanto ebreo, fu perseguitato, rinchiuso in vari campi di lavoro in Ungheria e in Serbia e infine fucilato nel 1944.

Aveva trentacinque anni.

Fino alla fine compose versi:

testimonianza ne è la sua ultima poesia,

ritrovatagli nella tasca dell’impermeabile nel 1946,

dopo che i suoi resti

furono riesumati dalla fossa comune ad Abda (nei pressi del confine con l’Austria)

per dare al poeta una degna sepoltura.

Nella poesia ,

nel descrivere la morte

di un suo compagno violinista

Radnóti immagina la propria:

Gli crollai accanto, il corpo era voltato,
già rigido, come una corda che si spezza.
Una pallottola nella nuca. – Anche tu finirai così, –
mi sussurravo – resta pure disteso tranquillo.
Ora dalla pazienza fiorisce la morte –
“Der springt noch auf”, suonò sopra di me.
E fango misto a sangue si raggrumava nel mio orecchio.

***Libro
Mi capirebbero le scimmie.

Poesie (1928-1944).
Testo ungherese a fronte

Autore Radnóti Miklós

La traduzione é di Edith Bruck che, connazionale di Radnóti, è riuscita a sopravvivere alla deportazione

Trovo stupenda questa poesia:

“Ti ho nascosto”

Ti ho nascosto a lungo,
come il ramo tra le foglie
il frutto che tarda a maturare,
e ora fiorisci ai miei occhi
come sullo specchio della finestra d’inverno
il fiore giudizioso del ghiaccio.
E so già cosa significa
quando posi la mano sui capelli,
e custodisco già nel cuore
il movimento della caviglia,
e il bell’arco delle costole
che ammiro con distacco,
come chi s’è riposato
su tali meraviglie che respirano.
Eppure nei miei sogni
spesso ho cento braccia
e come un dio in un sogno
ti stringo nelle mie cento braccia.

Nato a Budapest nel 1909, Radnóti ha avuto una vita estremamente difficile, stroncata nel 1944, a soli 35 anni, nel modo più indegno.

Una lingua innovativa, ma universale la sua che testimonia un cuore eroico, lo specchio di una personalità fuori dal comune, quella di un uomo capace di restare fedele a se stesso e alla sua patria-patrigna fino all’ultimo giorno….

Fino alla pallottola che lo colpì alla nuca, quando ormai era già stremato dai lavori e dalle marce forzate tra i diversi campi in Romania, in Serbia, in Ungheria.

Eppure, né le umiliazioni estreme né i lavori disumani, a cui fu condannato per la sua origine ebraica, ne hanno mai piegato l’umanità, la libertà interiore, accrescendone piuttosto la coscienza civile ecumenica, la lucidità nello scrivere, testimoniare.

Per Radnóti la matita era un’arma,

per continuare fino all’ultimo minuto

a comporre versi.