LA VIOLINISTA DI PEARL HARBOR DI PETER MANERO

di | 25 de Maggio de 2010

Questo racconto segue uno mio studio approfondito sull’estetismo, del quale è appena iniziata una stesura embrionale di un mio saggio che prenderà il nome di “Io, esteta” che fonderà le opere di Soren A. Kierkegaard (Diario di un seduttore), Oscar Wilde (Il ritratto di Dorian Gray) e Gabriele D’Annunzio (Il piacere), ovvero la bellezza fisica nella sua più profonda spiritualità in funzione dell’arte.

La violinista di Pearl Harbor

“Una fanciulla quindi non dovrebbe essere interessante, giacché l’interessante presuppone una meditazione su se stessi allo stesso modo che nell’arte l’interessante da sempre risalto alla figura dell’artista.”

Soren A. Kiekegaard

Pearl Harbor, porto delle isole Hawaii, 7 dicembre 1941, base della Marina Militare degli Stati Uniti, sull’Oceano Pacifico.

7 e 40 del mattino. La città ancora dormiente si stava lentamente svegliando, dopo l’agognato notturno che aveva consumato amori o deflagrato in altri, combattendo con il tempo affinché si fermasse a lungo come una diapositiva dimenticata. I cori lirici della notte si andavan spegnendo mentre il vento accarezzava le acque dell’oceano come volerle sospingerle verso la terra, il disco pallido che sorgeva dalle stesse s’era ormai infiammato al centro dell’universo, bruciando, e le prime auto portavano i militari nelle loro postazioni, come ogni metodico giorno.

Davanti ad un abitazione posta nei pressi di un’altura che s’affacciava sul mare, la coppia di amanti si salutava dopo l’ennesima notte d’amore, fra sorrisi e baci, sguardi languidi e delicatezze sulle guance, mani che s’impregnavano del profumo dei capelli e abbracci stretti e convulsi. Dall’interno, s’udiva la voce di Ella Fitgerald come sottofondo da un grammofono disposto nel salotto ov’era la porta d’ingresso.

La Buik Y Job del ’38 color carbone era poco distante in fervida attesa, distanza che impiegò qualche secondo, per il sottufficiale che non riusciva a distaccarsi da quel bacio profano ma sensibile, passionale ma delicato, bevuto a piccoli sorsi ma incontenibile nell’ebbrezza.

Ore 7:46. La Buik partì a razzo per il comando mentre per i cieli s’intravidero uno stormo di sei aerei.

disse colui che guidava.

L’altro, che stava ancora assaporando gli ultimi effetti dei baci, s’alzò di scatto fissando l’orizzonte.

Riprese fiato ed urlò:

Ore 7:48. Il numero dei bombardieri s’infittì, una cinquantina circa, a cui seguì una fioccata di bombe sulla base navale che eruppero in una colonna di fumo che saliva fino al cielo. Dalla retroguardia, sopraggiunsero i B5N armati di siluri, che a pelo dell’acqua, sventrarono prima la corazzata Utah e dietro di essa la Raleigh barcollò.

Subito dopo fu colpita l’Arizona e la California con due siluri uno a prora e l’altra a poppa. Quest’ultima, in successione, fu colpita da altri due siluri e si reclinò da un lato facendo 98 vittime, seguita dalla prima che fu colpita da due bombe, prima, e da un’altra di 250 kg che cadde al centro perforando il ponte penetrando nell’interno fino a fermare la sua corsa nel deposito munizioni. La corazzata esplose completamente in aria facendo tremare l’intera base.

In capo a quaranta minuti, sopraggiunsero i caccia che cominciarono a mitragliare a bassa quota laddove il personale di bordo delle corazzate cercavano, in gesti eroici, di rimettersi in carreggiata e controribattere gli attacchi.

urlò l’ufficiale della Biuk facendo retromarcia.

L’altro si volse laddove aveva lasciato il cuore:

L’inferno era solo agli inizi: un secondo attacco sopraggiunse con altri 173 aerei, e do