LA RAGAZZA KAMIKASE

di | 14 de Dicembre de 2012

“Non ho mai incontrato qualcuno che mi dicesse: Sei bella, con la tua tristezza.”

La ragazza kamikaze

Francesca Genti:
bimba urbana e ragazza kamikaze

Persino tra noi quattro lettori di poesia contemporanea italiana persiste la convinzione che la lirica, intesa come genere poetico, sia esausta, esaurita, decisamente inadatta al nostro tempo se non addirittura dannosa: siamo abituati a bollare i brevi componimenti in versi a tematica amorosa con gli epiteti più spregevoli: “poeticume liricheggiante”, “sbrodolamento versificato”, “sentimentalismi adolescenziali”; ne stiamo alla larga e ne parliamo a bassa voce come mamme all’asilo preoccupate per un’epidemia di pidocchi. Ci piace l’epica poematica, l’impegno civile metapoetico, avanguardistico, neo-metrico o neo-orfico – il resto è raccolta differenziata.
A farci percepire la nostra imbecillità ci pensa questo piccolo capolavoro di Francesca Genti che porta il titolo di “Poesie d’amore per ragazze kamikaze”, liriche di quelle che “esprimono il sentimento più intimo del poeta”, come vuole la definizione canonica e non se ne vergognano affatto, anzi: la sfoggiano con una grazia sobria eppure compiaciuta, proprio come farebbe una giovane padrona di casa che indossa un semplice tubino nero capace d’esaltarne la bellezza e lascia alle matrone ingioiellate sue ospiti la tronfia convinzione che l’avvenenza sia strizzarsi in un Dolce&Gabbana leopardato.
Sia chiaro che, nonostante la strategia retorica di Genti faccia di tutto per dimostrare il contrario, non siamo di fronte all’opera di una principiante, di una ragazzina che scrive pensierini (seppur geniali) sul diario: si tratta piuttosto di un’opera che prevede la dissimulazione della riflessione profonda, la semplificazione ai minimi termini della complessità del reale, il camuffamento come strategia comunicativa. Francesca Genti possiede una saggezza epicurea che per essere applicata ed espressa artisticamente necessita di una maschera, la dramatis persona della Bimba urbana (così si intitolava infatti la sua prima raccolta uscita per le edizioni Mazzoli nel 2001 e poi parzialmente ripresa e ampliata nel successivo Il vero amore non ha le nocciole, Meridiano Zero, 2004). Capricciosa e assolutista, dolcissima (ma d’uno zucchero sapientemente filato che mai sconfina nell’attacco iperglicemico fine a sé stesso) quanto spesso lugubre e risentita fino a sfiorare il paradosso, la bimba urbana è invincibile perché armata fino ai denti delle proprie debolezze e del proprio candore, è facile immaginarla come un supereroe (supereroina) di un manga di ispirazione neorealista:

vorrei essere la slava del metrò
che combatte gli albanesi attaccabrighe.
la ragazza kamikaze poesia
che ti uccide e si sfracella in quattro righe.

Tigre e pulcino, indifesa e agguerrita, la bimba urbana sperimenta e riversa in poesia una gamma di stati d’animo contrastanti: da un “effetto di gioia immediato” provocato da una “sborrata arcobaleno” paragonata a “un chilo di gelato”, alla “luna di mattino a primavera” e a “una bella notizia sul giornale”, fino alla tanto breve quanto malinconica Al suono ipnotico della lavatrice:

lavo le mie macchie
curo le ferite
trasformo il dolore in cicatrice.

La poesia di Genti sembra svilupparsi sulla ripetizione di elementi-base rintracciabili nella maggior parte del corpus: il titolo, quasi sempre parte integrante del testo tanto da generare rime nei componimenti più brevi, è un’ouverture bizzarra e straniante ad una variazione-riflessione sul tema del quotidiano declinato come un correlativo oggettivo dello stato d’animo dell’autrice. L’ironia che pervade il libro, lungi dall’essere impiegata in un mero divertissement, è piuttosto scudo con cui difendersi da un ipercritico superego. Si veda ad esempio È eterno solamente il desiderio

quindi non riesco a prenderlo sul serio:

gli anelli di famiglia i matrimoni la festa
di natale pasqua e le altre tradizioni.

(sono una nuvola rigonfia di