In memoria di Michael Joseph Jackson
1958-2009
Il principe fanciullo
Los Angeles, Hollywood Bowl, 1966.
La folla riempiva l’anfiteatro in scroscianti applausi durante l’esibizione di cinque personaggi che cantavano e danzavano in una eccezionale sinergia, disposti in ordine d’altezza, e come s’intravedeva, anche in ordine d’età. Aveva otto anni, il più piccolo, e sembrava il più applaudito, certamente per le sue grazie di fanciullo.
L’ovazione esplose, mentre i Morgan Brothers s’inchinavano per salutare il loro pubblico. Quando abbandonarono il palcoscenico, la loro espressione mutò nel momento in cui li raggiunse un uomo dall’espressione arcigna, impettito come un generale.
Loro non replicavano, tantomeno il piccolo. Questi era steso sul letto fissando la volta della sua camera, quasi stesse leggendo un libro aperto. La notte era scesa velocemente, le luci si erano spente, in quel di Gary, stato dell’Indiana, quando la porta della sua stanza s’aprì silenziosamente facendo entrare un ombra. Michael, non mutò posizione, continuando a fissare il soffitto. Sospirò profondamente chiudendo gli occhi per un istante.
Tutto è iniziato dal 1964, quando mio padre s’accorse che mio fratello Tory suonava la chitarra, mio fratello Jermaine il basso ed io, nel 1963, avevo cantato in una recita scolastica. Inizialmente suonavo le percussioni, poi nel ’66 diventai solista insieme a Jermaine. Mio padre vedeva in me un grande talento, che io, brutto anatroccolo, non vedevo, ma questo mi aiutava ad uscire dalla mia grande timidezza e le mie innumerevoli incertezze. Ma quando ero sul palcoscenico, una straripante energia fuoriusciva da me, quello che era in realtà la rispondenza dell’amore del mio pubblico, ovvero il loro grande amore mi giungeva come una fiumana che m’inebriava fino a dipingere i miei passi e la mia musica, lasciare la mia impronta e la mia gratitudine per la loro presenza.
Io, Peter Pan, il principe fanciullo che non voleva diventare mai adulto, solo per il fatto di non essere stato mai fanciullo. Sono cresciuto per essere adulto, ma in fondo volevo semplicemente essere stato piccolo durante il tempo che mi si offriva di esserlo.
Quando ho realizzato questo, era il 1982, avevo ventiquattro anni, e il mio produttore aveva messo in circolazione il meglio della mia arte di adulto mai cresciuto senza aver avuto il diritto di scelta. Ero Mickey J. Morgan, non più uno dei Morgan 5, il mio LP sostò nelle classifiche per non so più quante settimane e soprattutto nella rivista Billboard, terzo dopo Bing Crosby ed Elvis Presley.
Io! Dopo Bing Crosby ed Elvis! Mi sembra una favola! Con quest’ultimo mi sento molto vicino, a dieci anni suonava la chitarra dedicando la canzone Blue Moon of Kentucky a sua madre. Grandioso! Nonostante tutto, Elvis è stato bambino che aspirava a fare l’artista. Invece io lo ero già!
In seguito, tutto è mutato anche il mio impegno sociale per coloro meno fortunati di me, i bambini africani che, in modo diverso, erano costretti a crescere in fretta senza vivere il diritto alla scelta. Quanto è facile decidere per i propri figli!
Si, perché pensano nella loro infinita onniscienza di poter catalizzare gli eventi secondo i propri dettami, i grandissimi egoismi, le eterne incertezze e le smisurate debolezze.
E tutto questo, sommato ad una grande costante, la risultante è stato Michael J. Morgan, il re del pop. Che sarebbe cambiato, nella mia vita, se fossi stato come tutti i bambini degli Stati Uniti? sarebbe cambiato il mio talento? Purtroppo non lo potremmo verificare questo.
Il principe fanciullo, l’eterno Peter Pan, ha preferito donare il mio essere bambino dentro a chi l’innocenza la stava perdendo, e senz