Ispirata ad una storia vera, con questo racconto ho voluto riproporre le stesse atmosfere e lo stesso scenario vissuto dai due protagonisti con la stessa intensità, ricercando di marcare la forte emozione che m’ha invaso nel momento in cui m’è stata raccontata.
Giglio bianco
Lo studio del dottor Ado Azzaretti era accogliente, nonostante l’atmosfera cupa e silenziosa accresceva l’ansia prima della visita. Questi s’alzò non appena ravvisò una donna sui sessantacinque anni, le tese la mano con calore e le sorrise. Il viso della paziente si rasserenò, facilitando la visita accurata del medico.
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La donna sollevò le spalle, esitando prima di rispondere.
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Ado, un uomo sui cinquanta, affascinante e delicato, pur di non far notare l’emozione forte che stava accrescendo a quella confidenza, se ne usci con una battuta:
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La donna rise divertita, forse come non faceva da tempo. Ancora qualche minuto, e s’accommiatò lasciandolo solo essendo, fortunatamente, l’ultima visita. Ado, si sparapanzò sulla sedia ergonomica, divaricando le braccia a mò di cuscino per poggiare il capo. Chiuse gli occhi, mentre la sua memoria tornava indietro di anni e dei quali aveva perso il conto, quando lui, ventisettenne medico, collaborava con un’associazione di volontariato per l’assistenza a fanciulli disadattati. Un giorno arrivò lei, Venere, tredici anni appena, cresciuta in una famiglia dove la madre abbandonata dal marito, il quale fece perdere le sue tracce, fu costretta ad emigrare al nord per arginare la fame. Venere era diversa dalle altre, di piccola statura, mora e bella, non creava problemi, anzi si dimostrò mallevadore di altre sue coetanee con alle spalle situazione familiari simili alla sua. Sognatrice, con la lapis sempre fra le mani e un foglio di carta straccia pronta a versare fiumi di parole pur di dar colore alla sua anima meravigliosamente candida. Le bastava che Ado le scompigliasse la sua bella chioma mora, che ella sbocciava come un giglio nella florida foresta di Sharòn. E ancora, una carezza che le gote s’avvamparono come fiammiferi incandescenti.
E giorno dopo giorno, mese dopo mese, Ado contemplava lo sboccio di quel fiore che aveva fra le mani fino a quando, nella sua piena maturità di donna appassionata, lo sguardo si posava sulla figura esile per cercare altri sentieri che l’occhio cercava di soddisfare, misurando quella grande emozione che non riusciva più ad arginare.
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Venere scosse le spalle con aria sbarazzina.
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Non attese la risposta, Venere, che con suoi occhi sprizzanti di felicità, esclamò:
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Venere esultò come solo lei sapeva fare, e dopo aver finito il suo turno di lavoro, era bell’e pronta per il cinema: semivuota la sala, impegnarono i posti all’ultima fila, esattamente vicino al corridoio centrale. Troppo presa dall’affascinante e tenebroso Zack Mayo, dalla sua difficile storia con una bellissima operaia, dalla