FILOSOFIA DEL DOLORE

di | 27 de Aprile de 2016

“Il dolore rende soli perché l’elemento repellente da un lato restringe la vita, dall’altro allontana chi osserva: in tutto ciò il dolore si fa sempre più intimo alla morte e la raffigura. E la morte è sempre e solamente mia. Il cerchio di solitudine si rafforza da sé poiché da un lato il dolore rende oggettivamente estranei, dall’altro è il sofferente che si rende estraneo al mondo a cagione del suo dolore.”

Salvatore Natoli
(Patti, 18 settembre 1942) docente e filosofo italiano.

“Filosofia del dolore

Una particolare e approfondita analisi sul tema del dolore è stata condotta da Salvatore¨Natoli in diverse sue opere.

¨¨¨¨¨¨¨¨¨¨¨¨¨¨¨¨¨¨
Da Wikipedia, l’enciclopedia libera. “Secondo Natoli l’esperienza del dolore ha due aspetti: uno oggettivo: il danno («Nel momento in cui la sofferenza è motivata attraverso la colpa colui che soffre non solo patisce il danno, ma ne diviene anche il responsabile») e uno soggettivo, cioè come viene vissuta e motivata la sofferenza. La stessa sofferenza è interpretata in modo differente da diverse culture: per alcune il dolore fa parte della contingenza del mondo fenomenico, dell’apparenza per altre invece, è vissuto intensamente come ad esempio nel cristianesimo dove al dolore viene associata la redenzione. Vi è una circolarità tra il dolore e il senso che fa sì che, pur essendo il dolore universale, ad ognuno appartiene un dolore diverso.

Vi è dunque un senso del dolore e un non senso che il dolore causa. Il dolore infatti contraddice la ragione che non sa darsi spiegazione del perché il dolore abbia colpito proprio quell’individuo e per quali colpe quello abbia commesso e infine perché il dolore travagli il mondo. Il tentativo di rispondere a queste fondamentali domande fa sì che l’individuo scopra nuove forze in lui che generino un vittorioso uomo nuovo che, partendo dall’esperienza del dolore, s’interroghi sul senso dell’esistere tenendo sempre presente però, che il dolore può segnare anche una definitiva sconfitta.

Nel dolore l’uomo può scoprire le sue possibilità di crescita ma questo non vuol dire disprezzare il piacere sostenendo che questo invece ottunde gli animi. Il piacere invece affina la sensibilità come accade per chi ascolta frequentemente una buona musica. Il piacere invece è negativo quando diventa «monomaniaco, eccessivo, quando, anziché sviluppare la sensibilità, la fossilizza in un punto di eccessiva stimolazione. E l’eccessivo stimolo distrugge l’organo.»
A differenza del piacere, dell’amore che è dialogo tra due, che è espansivo e affabulatorio anche quando è silenzioso, l’esperienza del dolore chiude il singolo nella sua individualità e incomunicabilità poiché «il corpo sano sente il mondo, il corpo malato sente il corpo. E quindi il corpo diventa una barriera tra il proprio desiderio, l’universo delle possibilità, e la realizzabilità delle medesime possibilità.»

Sebbene il dolore sia “insensato” si cerca di spiegarlo con le parole spesso inutili ed allora si cerca dapprima la parola “efficace” che offre la tecnica o la parola “efficace” della preghiera, della fede, che non annulla il dolore, ma dà una speranza nel miracolo. L’efficace uso della parola per spiegare il dolore fa sì che gli uomini trovino conforto nella comune sofferenza, in quella universalità del dolore dove però ognuno rimane nella sua singolarità di senso. La parola efficace della tecnica[10] per un verso ha alleviato il dolore ma per un altro può creare delle condizioni di vita tali per cui la stessa tecnica controlla il dolore senza togliere la malattia, creando così un’esistenza prolungata senza futuro sotto la continua incombenza della morte:

« A partire dal Settecento, ma ancor più nel corso dell’Ottocento, la tecnica è stata sempre di più associata alle filosofie del progresso: infatti ha emancipato gli uomini dai vincoli naturali, ha ridotto il peso della fatica, ha attenuato il dolore, ha accresciuto il benessere, ha conteso lo spazi