ERRI DE LUCA – 2

di | 2 de Ottobre de 2010

Elogio dei piedi

“Perché reggono l’intero peso.
Perché sanno tenersi su appoggi e appigli minimi.
Perché sanno correre sugli scogli e neanche i cavalli lo sanno fare.
Perché portano via.
Perché sono la parte più prigioniera di un corpo incarcerato. E chi esce dopo molti anni deve imparare di nuovo a camminare in linea retta.
Perché sanno saltare, e non è colpa loro se più in alto nello scheletro non ci sono ali.
Perché sanno piantarsi nel mezzo delle strade come muli e fare una siepe davanti al cancello di una fabbrica.
Perché sanno giocare con la palla e sanno nuotare.
Perché per qualche popolo pratico erano unità di misura.
Perché quelli di donna facevano friggere i versi di Pushkin.
Perché gli antichi li amavano e per prima cura di ospitalità li lavavano al viandante.
Perché sanno pregare dondolandosi davanti a un muro o ripiegati indietro da un inginocchiatoio.
Perché mai capirò come fanno a correre contando su un appoggio solo.
Perché sono allegri e sanno ballare il meraviglioso tango, il croccante tip-tap, la ruffiana tarantella.
Perché non sanno accusare e non impugnano armi.
Perché sono stati crocefissi.
Perché anche quando si vorrebbe assestarli nel sedere di qualcuno, viene scrupolo che il bersaglio non meriti l’appoggio.
Perché, come le capre, amano il sale.
Perché non hanno fretta di nascere, però poi quando arriva il punto di morire scalciano in nome del corpo contro la morte”

Erri De Luca

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“Ci si innamora così, cercando nella persona amata il punto a nessuno rivelato, che è dato in dono solo a chi scruta, ascolta con amore. Ci si innamora da vicino, ma non troppo, ci si innamora da un angolo acuto un poco in disparte in una stanza, presso una tavolata, seduto in un giardino dove gli altri ballano al ritmo di una musichetta insulsa e decisiva che fa da colla di pesce per una faccia che si appunta a spilli sul diaframma del petto.
Avrei voluto mettere il naso su quel fiato, fiutarlo dal fondo del petto profumarsi in gola mischiandosi all’incenso della sua saliva, avrei tirato su nel naso il rosso delle sue branche di pesce di fiume, la condensa dei boschi svizzeri. Non avrei voluto mettere la mia bocca sul suo fiato:la mia bocca non avrebbe capito niente di quello che esalava dalla sua, avrebbe solo succhiato alla cieca , da ladra spudorata di aria del suo respiro.
Sei vecchio all’improvviso in una maniera meravigliosa, sei qualcuno venuto da lontano come me, che si trova sbarcato su una nuova terra e ha i capelli bianchi e sta pensando a come se la potrà cavare.

…cercar risposte dagli altri è come calzarsi al piede una scarpa d’altri, che le risposte uno se le deve dare da sè, su misura. Quelle degli altri sono scarpe scomode.

Incontrarti è stato come il sole che spacca la pelle e l’aspro dello scoglio che indurisce la pianta del piede. Mi hai fatto crescere un’altra buccia sopra la mia, mi hai dato ingresso al mondo chiamandomi tuo. Quando sarai partita risponderò di me con il fuoco. Non è mio, io lo eredito.

Ciao vita, non temere per me. Vado nel verso in cui mi hai messo.

Mi sembra che tu voglia intervenire sul passato per correggerlo. Tu lo critichi con l’intento di cambiarlo, ma non si può. Nemmeno un Dio può farci niente. E’ già molto proteggere il presente dagli sbagli, non fare un male da dover riparare. E’ molto anche se non basta: non aver fatto niente di male non risparmia la colpa. In momenti difficili che tu non hai conosciuto e non è detto che debba sperimentarli, in momenti difficili non fare niente di male è diventare complici del male.”

Erri De Luca

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La poesia è il formato da combattimento della letteratura, la sua linea avanzata. Si sprigiona da un’ urgenza di chi è costretto in poco tempo, in affanno di spazio, ed esige la formula più breve per raggiungere l’ ascolto. È democratica, ognuno ne ha scritta qualcuna sotto una pressione