***La prima parte del romanzo
Preceduta da un prologo tra l’arguto e il serio nel quale l’autore si scusa per lo stile semplice e per la narrazione esile e “priva di citazioni”. Segue il primo capitolo che tratta delle condizioni, dell’indole e delle abitudini del nobiluomo Don Alonso Quijano, di un borgo della Mancia, di cui non vale la pena ricordare l’esatta denominazione:
« Viveva, or non è molto, in una terra della Mancia, che non voglio ricordare come si chiami, un hidalgo di quelli che hanno lance nella rastrelliera, scudi antichi, magro ronzino e cane da caccia. »
« Toccava i cinquant’anni; forte di corporatura, asciutto di corpo, e di viso; si alzava di buon mattino, ed era amico della caccia […] Negli intervalli di tempo nei quali era in ozio (ch’eran la maggior parte dell’anno), si applicava alla lettura dei libri di cavalleria con predilizione così spiegata e così grande compiacenza, che obliò quasi interamente l’esercizio della caccia ed anche l’amministrazione delle cose domestiche. »
Con lui vivono una governante sulla quarantina, una nipote di venti anni e un domestico. Inaspettatamente, la passione per la letteratura cavalleresca si trasforma ad un tratto in una forma di delirio; Alonso decide quindi di farsi cavaliere errante e di andarsene armato a cavallo in giro per il mondo, facendo piazza pulita di tutte le ingiustizie, le prepotenze e i soprusi. Immagina come proprio futuro premio la corona di Imperatore di Trebisonda e così inizia a mettere in atto il suo progetto.
Come prima cosa ripulisce e rimette in sesto alcune armi che erano appartenute ai suoi avi; poi si reca dal suo ronzino che gli sembra, anche se malconcio, persino superiore al leggendario Bucefalo di Alessandro Magno. Poiché al ronzino manca un nome, Don Alonso decide di chiamarlo Ronzinante, ovvero “primo fra tutti i ronzini del mondo”; solo in seguito pensa di nobilitare in qualche modo anche il proprio nome, e decide per “Don Chisciotte della Mancia”, un nome che pone in evidenza il suo lignaggio e onora la sua terra natale. Ma si rende conto che manca ancora qualcosa:
« Lucidate le armi, fatta del morione una celata, dato il nome al ronzino e confermato il proprio, si persuase che non gli mancava altro se non una dama di cui dichiararsi innamorato. Un cavaliere errante senza amore è come un albero spoglio di fronde e privo di frutti, è come un corpo senz’anima, andava dicendo a sé stesso »
La donna dei sogni viene così identificata in una certa Aldonza Lorenzo, giovane contadina di un piccolo paese vicino che viene subito ribattezzata Dulcinea del Toboso. Fatti tutti questi preparativi e preoccupato per i danni che può procurare al mondo tardando a partire, Don Chisciotte si mette presto in viaggio. Cammin facendo si chiede come fare a battersi per nobili cause se nessuno lo aveva armato cavaliere. Il problema è risolto a fine giornata quando egli, giunto in un “nobile castello” (in realtà un’umile osteria) sottopone la questione al “castellano” (l’oste). Questi, resosi conto della pazzia del suo cliente, finge di essere un grande signore e con l’aiuto di due donzelle lo arma cavaliere. All’alba, Don Chisciotte lascia l’osteria felice e contento.
Nel bosco libera un ragazzo che era stato legato e picchiato da un contadino e riprende la strada alla ventura, quando incontra un gruppo di Toledo che si reca a comprare seta a Murcia; Don Chisciotte, certo che siano cavalieri erranti, grida loro di fermarsi e di dire che in tutto il mondo nessuna era più bella dell’Imperatrice della Castiglia-La Mancia, Dulcinea del Toboso. I mercanti si fanno gioco di lui e ne nasce una rissa in cui Don Chisciotte, caduto malamente da cavallo, viene bastonato di santa ragione da uno stalliere.
Un contadino del suo paese, di ritorno dal mulino con il carro, lo trova e lo riporta a casa dove la nipote e la governante erano in pensiero per la sua assenza. Il curato del paese e il barbiere, fattagli una visita, si re