Rileggevo il racconto finale della serie di novelle e racconti brevi di James Joyce “Gente di Dublino”,
nel racconto The Dead, il protagonista si rende conto all’improvviso di avere avuto per anni accanto un’estranea, una nei cui pensieri non è mai riuscito ad accedere.
Succede…vivi giorno per giorno con una persona ma non con i suoi pensieri più intimi ,più segreti…che spreco passare tanto tempo con una persona, solo per scoprire che è un’estranea.
The Dead è stato riadattato in un film ,titolo The Dead – Gente di Dublino
da John Huston nel 1987.
Vi lascio il video
The Dead è stato riadattato anche in un musical nel 1999 da Christopher Walken, con le musiche di Shaun Davey.
Trama -Da Wikipedia, l’enciclopedia libera-
Nell’ultimo racconto Joyce ripercorre il culmine della crisi morale di Gabriel Conroy, insegnante e scrittore. Nella Dublino del primo Novecento nevica intensamente, come non accadeva da anni. Gabriel e la moglie partecipano al ballo annuale delle signorine Morkan: la cugina Mary Jane e le ospitali zie Julia e Kate.
Con loro vi sono molti altri ospiti e figure particolari che si muovono sulla scena della festa. Gabriel si imbatte così in diverse personalità: dal nazionalismo bigotto della signora Ivors ai contegni brilli e allegri di Mr Browne e Freddie Malins; ed è incaricato del gran discorso retorico ai commensali, in cui sottolinea il carattere ospitale del popolo irlandese e uno sguardo malinconico verso il passato. La serata è dominata dai canti e dal ballo finché a poco a poco gli ospiti tornano a casa.
Gabriel e la moglie vengono accompagnati da altre persone verso la carrozza che li porterà al loro albergo. Dopo l’euforia della festa si ritrovano così soli. Gabriel riscopre dentro di sé i momenti di gioia, intimità e tenerezza con la moglie nel corso di una vita dominata prevalentemente dalle sofferenze, e sente dentro di sé un forte bisogno sensuale di amarla.
Raggiunta la camera d’albergo spera che il suo desiderio venga contraccambiato, ma, proprio nel momento di più grande intimità, Gretta, la moglie, gli confessa il motivo della sua tristezza. Una canzone, durante la festa, le aveva ricordato di un ragazzo conosciuto a Galway, prima di arrivare a Dublino, malato e così innamorato di lei da sfidare la sua stessa malattia, stando sotto la pioggia per incontrarla, proprio prima che lei partisse.
Il senso di rabbia che coglie Gabriel si tramuta presto in un senso di sconfitta e mestizia che gli rivela la caduta di ogni sua idealizzazione, il fallimento di se stesso e il senso di mediocrità che lo avvolge. Giunge allora alla consapevolezza che morire presto ma incalzati da una forte passione sia meglio che lasciarsi uccidere dal tempo e dalla vecchiaia. La sua anima si sente infatti già morire, mentre la neve scende stancamente su Dublino, ricoprendo i vivi e i morti, tra i quali, ormai, sembra esserci ben poca differenza.
Tuttavia l’ultimo racconto dei quindici totali di “Dubliners” sembra l’unico in cui la presa di coscienza da parte del protagonista faccia sperare in quel cambiamento che nei racconti precedenti si presenta come vano proponimento.
L’atmosfera finale in cui i vivi e morti sembrano scambiarsi i ruoli, in cui il ricordo dell’amato sembra essere per Gretta più reale dell’evanescente figura di Gabriel, infatti, non allude all’ennesimo fallimento del protagonista di fronte alla prospettiva del cambiamento: l’immagine dei due coniugi alla finestra che osservano la nevicata è al contempo la presa di coscienza della propria morte interiore (per Gretta l’aver fatto del ricordo il centro della sua esistenza, per Gabriel l’aver creduto di vivere in una dimensione esistenziale solida e sicura ma in realtà profondamente fragile-si consideri il suo matrimonio) e, come allude Gabriel nel finale con l’espressione “go west”, propo