CIORAN – 165 – L´isola

di | 19 de Settembre de 2015

“Lo stesso sentimento di estraneità, di gioco inutile, ovunque io vada: fingo di interessarmi a ciò che mi è indifferente, mi dimeno per automatismo o per carità, senza essere mai partecipe, senza essere mai da nessuna parte. Tutto è privo di fondamento e di sostanza. Ciò che mi attira è altrove, e questo altrove non so cosa sia. La vita diverrebbe sopportabile soltanto in seno a un’umanità che non serbasse più alcuna illusione, un’umanità completamente disillusa e felice di esserlo. Mi intendo veramente bene con qualcuno soltanto allorchè questi ha raggiunto il fondo di se stesso e non ha nè il desiderio nè la forza di ripristinare le sue illusioni abituali. Con il passare degli anni diminuisce il numero di coloro con i quali ci si può capire. Quando non avremo più nessuno cui rivolgerci saremo finalmente quali eravamo prima di precipitare in un nome. Il barlume di luce che è in ognuno di noi e che risale a molto prima della nostra nascita, a molto prima di tutte le nascite, quello si deve salvaguardare se vogliamo riprendere contatto con quella luminosità remota dalla quale non sapremo mai perchè fummo separati. Rientrare in sè, percepire un silenzio antico quanto l’essere, anche più antico. La sensazione di essere tutto e la certezza di non essere niente.”

(Emil Cioran)