LA SOLITUDINE – SYLVIA PLATH

di | 9 de Giugno de 2021

“Ora so cos’è la solitudine, credo.
Perlomeno la solitudine passeggera.
Nasce da un punto indefinito dell’io, come
una malattia del sangue che si diffonde
in tutto il corpo sicché non si può localizzare
il focolaio, l’origine del contagio. (…)
Nostalgia è il nome che gli altri danno al malessere che mi domina.
Sono sola in camera mia, sospesa tra due mondi. (…)
Potrei scendere con la scusa di scrivere delle lettere, ma non lo farò, non ancora.
No, non cercherò di sfuggire a me stessa perdendomi in chiacchiere artificiose. (…)
Rimarrò qui per cercare di definire questa solitudine. (…)
E adesso eccomi qui, nella mia stanza.
Non posso circondarmi di amici, chiacchiere
e oblio.
Non posso illudermi e ignorare il nudo fatto
che per quanto entusiasta uno sia, per quanto sia sicuro che il carattere sia il destino, nulla è reale, né passato né futuro, quando si è soli nella propria stanza, soli con l’orologio che ticchetta rumorosamente nello scintillio falsamente allegro della luce elettrica.
E se non si ha né passato né futuro, che alla fin fine sono tutto ciò di cui è fatto il presente, tanto vale sbarazzarsi del guscio vuoto del presente e suicidarsi.
Ma la fredda, razionale massa grigia nel mio cranio che ripete a pappagallo “penso, dunque sono” sussurra che un’alternativa, un avanzamento, un’angolatura diversa sono sempre possibili.
E così aspetto.
A cosa serve essere attraenti?
Ad afferrare una sicurezza temporanea?
A cosa serve il cervello?
Semplicemente a dire: “Ho visto, ho compreso”?
Oh, sì, mi odio perché non sono capace di prendere e andare di sotto senza tante storie per cercare conforto nel numero.
Mi odio perché sono costretta a stare qui a lacerarmi per non so nemmeno io che cosa dentro di me.
Eccomi qua, un fascio di ricordi del passato
e di sogni futuri racchiusi in un fascio di carne abbastanza attraente.
Ricordo quello che questa carne ha vissuto; sogno quello che potrà ancora vivere.
Annoto qui ciò che fanno i nervi ottici, le papille gustative, le percezioni sensorie.
E penso: non sono che un’altra goccia nel grande mare della materia, definita, capace di concretizzare la mia esistenza.
Come milioni di altri individui, alla nascita anch’io in potenza ero tutto.
Come gli altri, anch’io sono stata bloccata, limitata, deformata dall’ambiente, dagli affioramenti dell’eredità biologica.
Anch’io troverò un mio credo, delle norme di vita, però l’intima soddisfazione nel trovarli sarà rovinata dal fatto di aver raggiunto lo stadio estremo di una vita superficiale, bidimensionale, un insieme di valori.
Senza dubbio domani questa solitudine si smorzerà, diminuirà.
Ma adesso quel falso obiettivo è sospeso e io vortico in un vuoto temporaneo. (…)
Mi sento perduta.
Non c’è un solo essere vivente sulla terra in questo momento, all’infuori di me. (…)
Dio, la vita è davvero solitudine, malgrado tutti gli oppiacei, malgrado la stridula, posticcia allegria, malgrado le false facce sorridenti che tutti indossiamo.
E quando finalmente trovi qualcuno su cui
senti di poter riversare la tua anima, ti blocchi sconvolta dalle tue stesse parole.
Le hai tenute in quella piccola stretta oscurità dentro di te così a lungo, che sono arrugginite, brutte, banali, fiacche.”

Sylvia Plath da “Diari”, Novembre 1950