BLOG CALLE GUADIANA – GENNAIO 2018 – L´isola

di | 15 de Gennaio de 2018

Una pubblicazione che ha catturato la mia attenzione,
dal Facebook : AMICI DI ANNA BANTI

Una passaggio dal libro dell’autrice “Artemisia”, 2015

ANNA BANTI
“Artemisia”, estate 1944 – estate 1947

“C’era, in quella stanza, un letto di sergia verde che in tutto somigliava al suo di Napoli. Le parve d’esser arrivata a casa e che il viaggio fosse finito. “Non le era successo nulla, era viva, e per la prima volta aveva sentito, stasera, cosa sia certa voracità ghiotta dell’età matura, preludio alle sensuali dolcezze della vecchiaia. Ne era conscia, ma non sino alla tristezza, anzi la tristezza, di qualunque natura, le sembrava di una forma irricreabile.” La morte non l’aveva ascoltata, il suo corpo era presente come non mai: le parve d’esser ingrassata, anzi turgida e immortale negli istinti: la fame, la sete, il sonno. “Peccato” pensò avvertendolo a un tratto, “peccato questo dolore alla nuca e alle braccia.” Lo considerò: un contrasto fittizio al nuovo ottuso benessere, una piccola battaglia da vincere per il suo sangue forte. Le pareva di non averne mai avuto tanto e così robusto nelle vene. Dormendo, questo fastidio sarebbe domato, lei si sentiva padrona del sonno: e del risveglio.
Morire a letto, ecco l’unica fine che Artemisia non s’era prevista, quando incalzava e quasi frustava il proprio destino. Morire a letto non di accidente fulmineo, né di tragica peste, ma di un male lento, incerto, malizioso, che può durar degli anni: così muore la più parte degli uomini. Tirò le cortine, spense il lume. Stette un pezzo a prender sonno: fu una notte difficile.”

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“Potremmo essere in giro a passeggiare in una città qualunque, col caldo, mano nella mano e io dovrei accorgermi del tuo sorriso triste e allora darti un bacio o prenderti il viso e farti fare una smorfia che mimi la gioia. Sorrideresti e il mio desiderio di felicità per te sarebbe compiuto. La verità è che i tuoi sorrisi tristi a me piacciono, perché a te stanno bene, perché li sai trattare, li sai adoperare e mettere in fila senza che rompano le righe. Se lo facessi io sarei penoso. Questo è il punto: faccio pensieri e desidero cose nuove. Non importa cosa so. Per la prima volta, non importa. Non so da dove vengono o come si chiamino e non potrei spiegarle a nessuno eccetto te, con un po’ di tempo, con un po’ di pause, con quei silenzi che non saprei riempire, all’inizio. Ma potrei imparare. Sono un pessimo romantico, lo ammetto. E’ per questo che non sono riuscito a farti innamorare. Lo so che è così. Ho immaginato che potessi bastare io, con i miei modi normali e l’aria spavalda. Fintamente sicura. E del tempo, per spiegarti quello che manca, per farti vedere che ne sarebbe valsa la pena, alla fine. Ho provato, che dire, a farmi scegliere. Ho sperato. Dovevo. Era una possibilità, capisci? Come fare a metterla via, a dimenticarla. Forse aspettando, forse non era il momento. Forse io e te abbiamo un altro tempo. Sono sicuro che con qualche giorno in più, ora in più, ti avrei portato via con me. E’ l’idea che almeno una volta succeda, no? Hai presente? Quell’idea invasiva e sotterranea che si inabissa o si palesa e lo fa una volta sola per tutte e se l’avverti non puoi far finta di niente se hai un po’ di senno. Come un sibilo fluttuante e sinuoso. A me è successo questo: non sono riuscito a fare finta di niente, non volevo, in fondo. Non potevo far altro che cercare di portarti con me, dal profondo, per egoismo quasi, per farmi stare bene. Anche se sapevo di non potere. Anche se era rischioso. Anche se tu non vuoi, anche se, infine, la tua felicità non dipende da me.
E non posso fare a meno di chiedertelo di nuovo. Solo per essere sicuro.
Verresti?”

Italo Calvino, da Gli amori difficili

Dal Facebook di Sitting on the dock of the bay²

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L’ Ultima Croce – Versi di Massimil