Mi ricordo di mia nonna che mi teneva per mano mentre camminavamo all’ombra dei cipressi lungo il viale che portava al cimitero,i profumi delicati nell’aria…
profumo di fiori e di grano e mi ricordo la prima volta che lo vidi,in un primo momento mi era sembrato uno spaventapasseri ,ma poi si era mosso e quando chiesi
a mia nonna chi era quell’uomo alto avvolto in un pastrano scuro che camminava in mezzo ai campi di papaveri.
Nonna mi rispose – Ze un mato –
-È un matto-
E mi raccontò del dramma che si nascondeva dietro i cancelli
di quella grande tenuta fuori dal paese ,dove una rispettosa
e ricchissima famiglia invano tentò di tenere nascosta
la grave malattia del figlio….
A volte all’interno delle famiglie si nascondono segreti
che si crede sia disonorevole mostrare all’esterno ,
ma l’epilogo della vicenda dopo molti anni fu mostruoso
e tutti i giornali ne parlarono.
Mah,chissà perche mi è ritornata in mente
questa brutta storia mentre rileggevo la poesia
della Merini…
“Le mie impronte digitali
prese nel manicomio
hanno perseguitato le mie mani
come un rantolo che salisse
la vena della vita,
quelle impronte digitali dannate
sono state registrate nel cielo
e vibrano insieme ahimè
alle stelle dell’Orsa maggiore.”