“Ma è la tenerezza che ci fa paura”
La prima volta che ti ho conosciuto,ricordo che avevo bussato alla porta dell’ufficio ,il direttore mi aveva salutata e tu che eri in piedi davanti alla sua scrivania ti eri girato e il tempo si era fermato in un gioco di sguardi,eri ritornato a parlare col direttore ,
poi ti eri girato a guardarmi ancora ed io ero arrossita ,ero abituata agli sguardi degli uomini ma tu…sembrava che mi avessi guardata dentro,che avessi visto le mie cicatrici nascoste nell’anima,nessun uomo mi aveva mai guardato in quel modo,non so… era come se conoscessi quel passaggio segreto nascosto in fondo ai miei occhi…erano passati anni e stagioni da quel giorno.
…e poi ,anni dopo….
Ti avevo chiamato al telefono e ti mi avevi fissato l’appuntamento alle tre del pomeriggio.
Ricordo che mi ero vestita con particolare cura e avevo raccolto capelli da un lato in una treccia romantica e l’immagine di me che lo specchio mi rimandava mi aveva fatta sorridere,sembravo una principessa di un reame lontano.Ero uscita in bici ,adoravo respirare quell’aria settembrina che profumava d’uva… la brezza leggera che mi accarezzava il viso,mi sentivo bene per la prima volta dopo
anni ,anche la gonna a fiori svolazzante che maliziosamente mi scopriva le ginocchia mentre pedalavo per raggiungere il tuo studio dava allegria al mio cuore.A volte ci sono attimi in cui ti senti felice per niente…
Mentre percorrevo il viale che portava al tuo studio ,mi sentivo leggera quasi eccitata ,forse per quella libertà nel cuore che mi faceva sentire come un’adolescente,forse per il ricordo del giorno in cui ti avevo visto per la prima
volta…Ma quando mi avevi aperto la porta ,il mio animo era ripiombato nella reatà delle cose,già ….non c’è niente di meno romantico della poltrona del dentista,ed io ero terrorizzata come una bimba mentre sentivo la poltrona che si stendeva sotto di me , avevo osservato mentre infilavi i guanti e la mascherina,poi avevi tentato di rilassarmi al suono della musica classica,ma niente… nemmeno se ci fosse stato lì Debussy con il suo pianoforte a suonare mi sarei rilassata, e così ti avevo detto
-Raccontami qualcosa-
Ma che cosa stupida da dire ,vero? Era solo uno stratagemma fantasioso,un po’ come quando da bambina prima di addormentarmi, dicevo a mio padre
-Papá raccontami una favola.-
E tu,con un sorriso paziente avevi incominciato a parlare…amiche mie,non chiedetemi di cosa parlasse,non me lo ricordo…ricordo solo la sua voce dolcissima… ho chiuso gli occhi,ho aperto la bocca…sentivo sulle mie labbra il calore delle sue dita che passava attraverso il guanto in lattice.Ok,ero riuscita a rilassarmi un po’,ma nascondevo altro dietro le mie ciglia chiuse,l’imbarazzo per….voi donne sapete cosa intendo… quando vi “invadano” l’intimità orale e poi c’era quella distanza ravvicinata a cui non ero più abituata,i nostri visi e i nostri corpi così vicini….
e poi finita la tortura ,lui che mi aveva fissato i due successivi e accompagnata alla porta ,cercavo di non guardarlo mentre mi aiutava a indossare indossare il
golf leggero ,c’era tensione nell’aria come se dovesse succedere qualcosa,come prima d’un temporale.L’avevo salutato velocemente ed ero letteralmente scappata via mentre la vocetta dentro mi diceva-Che stupida! Dovrai smettere prima di farti male con questi film mentali !-
Secondo appuntamento
Per il secondo atto di quel suplizio nel suo studio dentistico,mi ero messa una camicetta bianca e dei pantaloni rosa che mi stavano divinamente e così doveva averlo pensato anche lui .
-Beccato! -avevo pensato quando per un gioco di specchi l’avevo visto alle mie spalle con lo guardo fisso sulle mie forme femminili.
Terzo e ultimo appuntamento
Gli avevo raccontato che sarei partita tra due settimane aveva voluto il mio nuovo recapito ,poi mi aveva baciata sulle guance dicendomi
-Abbi cura di te!-
Io avevo alzato il viso ,avevo visto il suo sguardo malin