BELLISSIMO ARTICOLO DI PETER MANERO

di | 23 de Settembre de 2013

Intervista di Pier Paolo Pasolini a Ezra Pound

di Peter Manero

Era il 1957.

Dodici furono gli anni che relegarono il poeta Ezra Pound in un manicomio criminale, accusato dal governo statunitense di alto tradimento. Ed era novembre del 1945 quando convolò a Washington per il processo. Un processo che indignò l’elite intellettuale di mezzo mondo e che vide in Thomas Sterne Eliot, amico nonché allievo dello stesso Pound, lo strumento di propaganda a suo favore. Quel Pound che, aspirante poeta, era stato il segretario di fiducia di uno dei più grandi poeti contemporanei, William Butler Yeats. Nel 1948, uscirono i mirabili Canti pisani, scritti durante la prigionia nel campo di Metato, preceduto dall’arresto per mano della Resistenza. Gli fu conferito l’ambito premio Bollingen, la cui giuria era presieduta dallo stesso Eliot, nel mero tentativo di far risaltare la triste situazione del poeta. Dovettero trascorrere nove di anni prima che una petizione firmata da Hemingway, Frost e Mac Leish rimisero in discussione la validità del processo, incompatibile con la perizia medica di infermità mentale e schizofrenia e che portò Pound alla sospirata libertà. Quella libertà che volle contemplare ad occhi aperti ritornando in Italia. La sua Italia. Nel Tirolo, sulla riviera ligure, Roma e in ultimo Venezia. La sua Italia che lo vezzeggiò in tutti gli anni della sua permanenza, primi fra tutti Ferlinghetti e Pasolini più volte ospiti del Festival dei Due Mondi di Spoleto dove il Pound, nelle vesti di superospite, teneva dei readings applauditissimi. Pasolini, nel ’67, lo intervistò per la RAI a Venezia, intervista che è rimasta negli annali della rete ammiraglia per molto tempo.

Seduti, uno di fronte all’altro, si prefigurò uno scontro intellettuale di grande rispetto, due universi distanti d’ètà, letteraria e politica ma accumunati dall’inscindibile amore per la poesia, la quale non conosce nessuna diversità fra esseri viventi, semidei consacrati all’uffizio dell’arte, anzi dell’Arte. Pasolini esordì parlando un po’ di un “Italia pre-industrializzata” poco prima del suo arrivo, mentre il 1967 anno domini lo scenario che si stava aprendo era quello di una: “nazione industrializzata e culturalmente avanzata esprimendo un nuovo tipo di letteratura che è tipo delle nazione fortemente borghesi e industrializzate. C’è in Italia“ e qui sembra forzare la dose “un movimento avanguardistico di cui si fa spesso il suo nome.” Sembra prendersi una brevissima pausa, anche se parla di getto, e domanda: “Lei si attribuisce la paternità di questi certi movimenti avanguardistici che sono qui in Italia, o no?”

Pound, 82 anni suonati, appare visibilmente stanco, le parole appaiono e scompaiono, come se si perdono in un soliloquio febbricitante senza perdere la lucidità intellettuale. Tiene testa al suo estroso e brillante intervistatore, è diretto senza tergiversare o trovare scappatoie di stile. Non teme il confronto, anzi decide elegantemente la non paternità di questi movimenti, visto che “non è solo in Italia ma in tutto il mondo ed io non posso stare dietro a tutto.” Pasolini incalza, non sembra soddisfatto di questa risposta: “Ma a lei fa piacere che il suo nome venga fatto a questi prodotti avanguardistici italiani, oppure è una cosa che lei non ama?” E’ a quel punto che il poeta Ezra Pound prende forma dando una piccola chicca. “Sono tesi del vecchio Ezra in fondo al pozzo buio rimasti qua durante la vita passata, esatto… a me non sembra ma può darsi abbia ragione lei… non sarei nella posizione di vedere chiaro in quel che accade fuori, alla luce del neon del neo-mondo, dei neo-avanguardisti, che spero capiranno e perdoneranno il vecchio Ezra che non può vederli… “ A quel punto, Pasolini vuol scandagliare una profondità che gli si stava prospettando. “Quali sono i pittori che lei ha amato di più?” Si prende una pausa. “Quelli del ‘400.” Pasolini, quasi non si aspettasse una risposta del genere, forte del fatto che aveva davanti u