Kostas Karyotakis
Questa sera la luna dentro il mare
cadrà come una perla pesantissima.
E giocherà sopra di me la folle,
la folle luna.
Si frangerà l’onda color rubino
sui miei piedi spargendo mille stelle.
Le mie mani saranno diventate
due colombelle:
e saliranno – due uccelli d’argento –
a riempirsi di luna – come coppe
e di luna le spalle e i capelli
m’irroreranno.
Il mare è un oro fuso. Metterò
in una barca il mio sogno affinché
veleggi. Chiara, diamantina ghiaia
calpesterò.
Quando la luce l’attraverserà
sarà perla pesante il mio cuore.
E riderò. E piangerò… Ma guarda, ecco,
ecco la luna!
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Traduzione di Filippomaria Pontani
Kostas Karyotakis (en griego: Κώστας Καρυωτάκης) (30 de octubre de 1896, Trípoli, Grecia – 20 de julio de 1928, Préveza, Grecia) fue uno de los poetas griegos más representativos de los años 1920. Su poesía contiene muchas imágenes naturales y un poco de expresionismo y surrealismo. Se suicidó en 1928. Su obra tuvo mucha influencia sobre la poesía griega desde su muerte.
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Altre poesie di Kostas Kariotakis
tratte da:La poesia e lo spirito
Kostas Kariotakis
Pubblicato da lapoesiaelospirito su dicembre 28, 2008
Primavera
Stasera nel giardino mi parla una malinconia
nuova. Un mandorlo annega il suo sorriso in fiore
nella palude torbida. La memoria di gioventù
scuote l’acacia inferma in modo così triste…
S’è risvegliato un freddo soffio nella serra in frantumi
dove le rose sono morte e ogni vaso è un sarcofago.
Il copresso, infinito come un tormento, leva
verso gli astri il suo lutto, ed è assetato d’aria.
Vanno, come un corteo funebre, nel filare
gli alti alberi del pepe, trascinando i verdi capelli.
Nella disperazione entrambe le latanie hanno alzato
le braccia. Ed è il nostro giardino giardino di malinconia.
(da Il dolore dell’uomo e delle cose, 1919)
I miei versi
Sono miei figli, i Versi, del mio sangue.
Parlano, ma do loro le parole
come fossero pezzi del mio cuore
o lacrime sgorgate dai miei occhi.
Con un sorriso amaro vanno in giro,
perché insisto a dipingere la vita.
Li rivesto di sole e giorno e sole,
che cingeranno quando annotterò.
Signoreggiano in cielo e sulla terra.
Ma si chiedono cosa ancora manchi
per vincere stanchezza e noia, figli
che per madre conobbero la Pena.
Ivano spargo il riso del motivo
più tenero, o del flauto la passione:
sono per loro un re inesperto, che
ho perduto l’affetto del suo popolo.
E languono, si spengono, e giammai
non smettono di piangere pian piano.
Mentre passi, o Mortale, guarda altrove:
o Lete, qua la nave tua, che sàlpino.
(da Nepenti ,1921)
Fama postuma
Vuole la nostra morte la natura infinita,
la chiedono le bocche purpuree dei fiori.
Se torna primavera, torna per poi lasciarci,
e dopo non saremo più neppure ombre d’ombre.
La nostra morte aspettano il sole e la sua luce.
Vedremo un’altra volta un simile tramonto
trionfale, e fuggiremo dalle sere d’aprile,
dirigendoci ai regni oscuri di laggiù.
Forse, dietro di noi i versi resteranno,
dieci versi soltanto resteranno, un po’ come
i piccioni che i naufraghi mandano alla ventura,
e recano il messaggio quando non è più tempo.
Marcia funebre e verticale
Guardo gli stucchi del soffitto.
I meandri m’attraggono alla danza.
La mia felicità e questione,
penso, di altezza.
Simboli di vita più alta,
rose intangibili, trasfigurate,
e tutto intorno un corno di Amaltea
acanti bianchi.
(Umile arte senza uno stile,
quanto tardi la tua lezione apprendo!)
Sogno a rilievo, ti verrò vicino
verticalmente.
Mi avranno soffocato gli orizzonti.
In tutti i climi e le latitudini
battaglie per il sale, per il pane,
amori, noia.
Ecco! adesso devo indossare
quella elegante corona di gesso.
E così incorniciato dal soffitto,
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