UN RACCONTO DI MARIO FONTANA

di | 13 de Ottobre de 2010

Lo chíamavano “Pesce”

Lo chiamavono “Pesce” perchè non parlava mai. Non era muto tutt’ altro. Ch’ era stato marinaio lo si intuiva dalle mille pieghe della sua pelle cotta dal sole e dalla salsedine e dai tatuaggi raffiguranti sirene e cuori trafitti, che d estate occheggiavano dai grossi buchi della canottiera. Nessuno conosceva il suo vero nome. Non si vedeva mai in giro per l’assolata borgata di pescatori. Di lui si conosceva ben poco. Fu una mattina di tanti anni fa che gli abitanti della piccola borgata trovarono , sulla spiaggia, a pochi passi dal mare, addossata a uno scoglio solitario, una specie di baracca tre, quattro volte pi grande di un canile, fatta di poche assi e di bidoni arrugginiti. Incuriositi si chiesero chi mai l’avesse costruita nottetempo perchè, il giorno avanti, nessuno si ricordava d’averla vista. Un pescatore bussò alla lamiera che fungeva da porta. Nessuno rispose. In un baleno la notizia giunse in tutte le case e a frotte altri pescatori e donne e bambini riempirono la spiaggia intorno a quella baracchetta che, in quel momento, agli occhi di tutti, sembrava un oggetto misterioso. Poi, lentamente, la porta si apri e apparve un uomo sulla cinquantina, il viso asciutto per gran parte coperto da lunga barba e pochi capelli bianchi; gli occhi di un azzurro di profondità marine. Non disse nulla, non rispose a nessuna delle domande che tutti gli fecero. Non chiese nulla. Ma tutti capirono ch’era un vecchio marinaio capitato in quella borgata chissà perchè. Da allora passarono tanti, tanti anni e lui rimase sempre allo stesso posto. Mangi quando ebbe qualcosa da mangiare. Nessuno si curò mai di quel rottame umano. Solo un mendicante di tanto in tanto, gli portò un tozzo di pane e qualche volta un po’ di brodaglia, in una consunta gavetta militare. Mai guardò verso gli scogli e verso la spiaggia della rena rossiccia. Il suo viso era sempre rivolto verso il mare e i suoi occhi azzurri si riempivano di una strana malinconia quando qualche lembo di ricordo riusciva a riportarlo verso i porti lontani che aveva visto negli anni di vita marinara; o quando all’orizzonte vedeva passare una nave; poi ricadeva nella sua espressione consueta: assente e smemorata. Passava il tempo accovacciato davanti la sua baracca lasciandosi bruciare dal sole dell’estate e lambire dalle onde nelle giornate di burrasca; o osservava tutto quanto passava entro il raggio dei suoi occhi immobili: pescatori, bambini, cani randagi, barche, e il mare, sempre lo stesso eppure sempre nuove, nell’alternarsi delle stagioni, nel mutare dei venti e delle correnti che ora increspavano la lunga distesa d’acqua, ora plasmavano cavalloni bianchi e spumeggianti. In estate, quando il mare si trasformava in una lucida piattaforma egli si copriva il viso con le mani e conte per un giuoco le faceva scivolare lentamente, finchè i polpastrelli gli scoprivano gli occhi; ma subito rifaceva gli stessi gesti sempre pi lentamente, per ore e ore, come per scoprire qualche cosa di nuovo e di diverso su quel grande specchio di mare. Quando la spiaggia era deserta egli si avvicinava al bagnasciuga, si inginocchiava di schianto e con la mano destra accarezzava la superficie della acqua verdastra con dolcezza e con voluttà come chi accarezza un corpo di fanciulla. Allora le sue labbra si muovevano ed egli dava inizio. al suo dialogo; diceva al mare parole impercettibili mentre lacrime gli riempivano gli occhi e cadevano sparendo tra i peli della folta barba. L’inverno era certamente la sua stagione preferita; i mille rumori del mare burrascoso spezzavano il lungo silenzio della bonaccia * Ora era in compagnia e poteva ascoltare ad ogni ora i rumorosi messaggi delle onde, l infrangersi dei cavalloni sulla scogliera, l’ ululato del vento, il crepitar delle saette, il lucubre rotolare dei tuoni; poteva guardare il rincorrersi delle nuvole basse, il formarsi di nuove dune di sabbia sulla spiaggia. Tutto ci egli vedeva e sentiva e ne ascoltava le voci con la stessa rap