IL LIBRO
Iran, 1953. Sullo sfondo tumultuoso del colpo di stato appoggiato dalla CIA, i destini di quattro donne confluiscono in uno splendido giardino di campagna dove trovano indipendenza, conforto e amicizia. La narrazione profonda e sensibile di Shahrnush Parsipur descrive la lotta di ogni donna per esprimere i propri bisogni e desideri. Essa unisce surrealismo e mitologia persiani all’eredità, complessa e coinvolgente, della letteratura femminile iraniana. Shahrnush Parsipur, acclamata scrittrice iraniana in esilio, racconta in modo elegante e incisivo una penetrante riflessione su un momento cruciale della storia del suo paese che ha condotto direttamente alla rivoluzione islamica e all’Iran che conosciamo oggi.
Intervista a Shahrnush Parsipur
La scrittrice di Donne senza Uomini-
Articolo di Marta Mazzolari
L’autrice Shahrnush Parsipur, è nata a Teheran nel 1946; pubblica la sua prima opera a 16 anni e viene incarcerata 4 volte, durante il regime dello shah e successivamente dalla Repubblica Islamica. Attualmente vive negli Stati Uniti in esilio, da dove ha risposto a una splendida intervista fatta dalla giornalista spagnola Catalina Rossini, che riportiamo qui di seguito.
Donne senza uomini è un libro che riunisce brevi storie di diverse donne che entrano in contatto solo nel finale. Come è stato il processo di scrittura?
Scrissi queste storie separatamente e mentre mi dedicavo a quella di Faizeh mi resi conto che Munes era sua amica, quindi cercai di imparentarle. In seguito decisi di mettere in relazione tutte queste donne. La mia idea originale era di scrivere di 12 donne, ma era l’inizio della rivoluzione islamica e la letteratura non aveva più nessun senso. Quindi decisi di limitarmi a 5 donne, con l’intenzione di pubblicare il più presto possibile.
Che influenza ha avuto la rivoluzione islamica nella tua letteratura?
Questa è stata una rivoluzione contro le donne. Per esempio, ci furono esecuzioni capitali di molte prostitute. Io volevo manifestare contro tutto ciò, ma prima che potessi pubblicare, mi incarcerarono. Quando mi liberarono, ero ancora più fermamente decisa a pubblicare.
Perché ti hanno incarcerata?
Perché la moglie di mio fratello possedeva alcune pubblicazioni politiche. Un pasdaran le trovò nell’auto di mia madre, quindi la arrestarono insieme con i miei due fratelli e con me. Racconto questo avvenimento in dettaglio nel mio libro Memorie della prigione proibito in Iran. Io non ero un’attivista politica però passai 4 anni e 7 mesi in prigione, senza nessuna accusa, e credo che in parte questo fosse dovuto al fatto che non pregavo. Non lo facevo per rispetto alla religione: non volevo pregare Dio e non volevo che i pasdaran prendessero parte alle mie preghiere. Quando mi chiedevano perché non pregavo rispondevo che avevo letto tutti i suoi libri e che non credevo che Dio fosse un uomo e, per questo, non capivo perché dovessi usare un velo per pregare. Dio non ha genere, ma se lo avesse, sarebbe una donna.
Uno dei temi principali delle tue storie è la verginità e i suoi miti; parli dei molti fattori che incidono sulla sessualità: la morale, la famiglia, lo status, l’educazione, l’onore, la conoscenza del proprio corpo, però il piacere non appare. Perché?
Le persone più tradizionaliste in Iran pensano che le donne non abbiano desideri sessuali. Per loro le donne sono l’oggetto necessario per la gravidanza, addirittura non hanno un ruolo nella creazione dei figli, rappresentano solamente il luogo in cui custodire il feto. Se una donna mostra desiderio è una prostituta, quindi in Iran le ragazze nascondono la loro attrazione per gli uomini, però a volte, cercano di sposarsi il più in fretta possibile, perché hanno paura del peccato. Sanno che Eva fu una vera peccatrice e che Dio non la perdonò mai. Certo, oggi gli iraniani sono molto diversi, per