IL CARCERIERE DI YODOK DI PETER MANERO

di | 25 de Maggio de 2010

E il destino li rese tutti uguali

al di fuori della legge.

Figlio di kulak o comandante rosso

figlio di pope o commissario …

Qui le classi erano tutte alla pari.

Tutti fratelli gli uomini, compagni di galera,

rutti col marchio di traditore.

ALEKSANDR TVARDOVSKIJ, Per diritto di memoria

“Perchè i crimini contro l’umanità non hanno colore politico.

E’ solo soppressione dei diritti umani.

E null’altro.”

Il carceriere di Yodok

La notte era silenziosa da far terrorizzare lo spirito più impavido visto che intorno, la solitudine più inquietante, regnava come un tiranno greco con le cime delle catene montuose che circondavano la zona.

Tre figure si muovevano come ombre, nel buio ormai disceso.

mormorò una di loro con voce appena percettibile.

Erano tre fanciulle, sui dodici anni ciascuno, vestiti con cenci e molto sparute.

esclamò accorrendo la terza.

Una voce melodiosa si levò d’un tratto, come un allodola che volteggiava fra la macchia riempiendo l’aria di freschezza e serenità.

S’alzò di scatto, dal suo nascondiglio, correndo senza ascoltare le sue amiche. Apparve un uomo, che indossava la divisa militare, il quale le disse:

La fanciulla scosse le spalle:

L’uomo intonò la melodia che s’era udita prima, e da un sacco che portava sulle spalle, prese un qualcosa che porse ad ella.

La fanciulla, gli baciò le mani dicendogli:

Memphis, stato del Tennessee, sud degli Stati Uniti, 1977 anno domini.

La villa situata sulla Dunn Road era attorniata da decine di fotografi che non persero tempo a far brillare i loro flash nel momento in cui il grande portone s’aprì e un corteo di uomini che circondava uno vestito con un attillatissimo smoking, s’avvicinò al cancello d’ingresso. Le sei guardie del corpo, vigorosi e atletici, ebbero non poche difficoltà ad arginare l’orda che s’abbatté fra vociferare e scatti in una rapidissima sequenza, da costringere il personaggio a coprirsi il volto.

esclamò l’uomo intrufolandosi nella sua limousine.

L’ultima domanda postagli da uno fra i tanti giornalisti assiepati, lo fece fremere.

La limousine si era fatta spazio nel boulevard facendo fischiare le gomme a più non posso.

Era di Pyong-yang, Kang Son-li, alias Sonny Lee, un crooner allo stato puro, una voce calda come The Voice, un fascino tenebroso alla Dean Martin ed una eleganza nel suonare il piano pari a quella del suo più grande maestro, Nat “King” Cole, immancabilmente in frac durante i suoi spettacoli, un sorriso seducente che unito ai tratti somatici orientali marcati, mandava in visibilio ogni generazioni di donne.

Era approdato nel Tennessee durante la calda estate del ’58, quando l’intera nazione piangeva la partenza di Elvis per il servizio di leva e Jerry Lee Lewis ne prendeva il posto “fermando i cavalli alle corse” con il suo pumping al pianoforte.

Gli anni del rock’n roll, quelli delle attese davanti a Graceland con la speranza di vedere il Re riapparire in una nube di splendore.

gli domandavano.

>Da lontano. E non sono cinese, amico.>

Abbassava la testa, ogni qualvolta rispondeva. Fu assunto come cameriere in un bar, proprio difronte a Graceland, vedendo quella fiumana di fans asserragliati davanti alla cancellata. Una sera, dopo la