Isole leggendarie che i poeti classici hanno cantato e che gli antichi navigatori hanno scoperto ai limiti del mondo.
Qui, all’estremo occidente, abitava Atlante, reggendo il cielo sulle spalle, di fronte al giardino delle sette Esperidi, dono della Terra alle nozze di Zeus ed Era. Con
l’aiuto di Atlante, Ercole – Eracle per i Greci – aveva compiuto l’undicesima delle sue dodici
fatiche, alla ricerca dell’albero dai pomi d’oro, agrumi al cui frutto è stato dato proprio il nome di
esperidio.
Più tardi Tolomeo le battezzò Isole Fortunate e pare che i primi navigatori a porre piede
sull’arcipelago siano stati i Fenici nel IV secolo a.C., forse preceduti di un secolo dai Cartaginesi
che potrebbero avervi attraccato durante il periplo africano di Annone, navigatore che arrivò fino al
golfo di Guinea. I Romani ebbero delle informazioni sulle isole tramite i racconti di Giuba, re di
Mauritania che inviò degli emissari nell’arcipelago, nel 40 a.C. Sorpresi dall’abbondanza di cani di
grossa taglia, che sorvegliavano le greggi dei Guanci, le chiamarono, secondo Plinio, Canarie ad
indicare “ paese dei cani “. Si tratta di una delle tante versioni sull’origine del nome Canarie, ma
non è sicuramente la più probabile.
Le isole erano indicate inizialmente in numero di tre: Espere, Egle ed Erizia. Plinio il
Vecchio ne cita sei e ne fornisce una descrizione succinta, ma che ha il merito di essere la più
remota. Chiama la prima Ombrion, (in greco: piovosa). Non aveva tracce di case. Il re di Mauritania
Giuba II vi si riforniva in carminio, colorante estratto dalla cocciniglia. C’era uno stagno fra le
montagne e degli alberi che assomigliavano alla pianta della ferula (ombrellifera)
che producevano
acqua: quella che sgorgava dagli alberi scuri era amara, e quella che usciva dagli alberi chiari era
potabile.
Il nome della seconda isola era Iunonia: c’era un tempietto in pietra. Anche la terza aveva
lo stesso nome, ma era più piccola della precedente. La quarta, Capraria (in latino: isola delle
capre) era l’isola dove vivevano delle lucertole gigantesche. Dirimpetto era situata la quinta
Ninguaria, probabilmente Nivaria, chiamata con questo nome a causa delle nevi eterne che
coprivano le sue vette, ed era anche “incappucciata di nebbia“. Doveva trattarsi con molta
probabilità di Tenerife.
La sesta, Canaria, doveva appunto il suo nome ai numerosi, enormi cani che vi si trovavano,
due dei quali vennero accalappiati e inviati al re di Mauritania (Marocco) Giuba II. In Canaria
c’erano delle abitazioni costruite dalla mano dell’uomo e Plinio, che in realtà ha ripreso le
indicazioni fornite da Giuba II, parla con meraviglia delle ricchezze di quest’isola. C’era ogni
genere di frutta e di uccelli, datteri e “mele di pino” in quantità, miele in abbondanza e nei fiumi si
vedevano papiri e i grandi pesci siluri.
Si narra che nel 1016 gli Arabi avessero scoperto nuovamente le Canarie, chiamandole
Khaledat (l’isola che non scompare). Gli Arabi di Spagna conoscevano le Canarie pur non
mostrando un grande desiderio di installarvisi. Le Repubbliche italiane invece, inviarono diverse
spedizioni a cominciare dal XII° secolo.
In effetti la riscoperta delle Canarie nel Medioevo è un vanto quasi esclusivamente italiano,
anche se gli storici e i geografi di casa nostra lasciano questa gloria agli stranieri… Si sa che dal
mille in poi non vi era nave che sfidasse l’oceano al di là delle Colonne d’Ercole senza essersi
munite dei planisferi genovesi. I nomi dei grandi ammiragli atlantici che veleggiarono fino alle
Canarie e le descrissero sono in maggioranza genovesi: Lanzarotto Malocello (che le riscoprì
arrivando a Lanzarote nel 1312), Emanuele Pessagno, Niccolosio da Recco, Angiolino dei Corbizzi,
Andalò di Negro, Michele Zignano, i fratelli Vivaldi, Alvise Cà da Mosto.
Nel 1341, Giovanni Boccaccio ne parla in una relazione estrapolata dalle notizie avute
appunto dal viaggiatore ligure Niccolosio da Recco, dopo un