QUANDO HO CAPITO CHE...ERAVAMO POVERI!
   

"Questo è un racconto autobiografico
tratto da un mio diario di quando avevo diciotto anni,
nato dal desiderio di raccontarmi,di raccontare le mia vita.

"Quando ho capito che... eravamo poveri"

"Quando ho capito che eravamo poveri...beh,qualche sospetto avrei potuto averlo ,se fossi stata una bimba di oggi che ha a disposizione tutte le 10.000 merendine delle pubblicità,ma a casa mia non avevamo neanche il televisore,quindi! Della mia infanzia naturalmente ricordo tutto,la prima TV entrò in casa nostra quando io avevo già undici anni ,me lo ricordo perchè è stata anche l'unica volta che ho sentito papá fischiettare e cantare allegramente. Prima di allora , andavamo al bar vicino a casa a vedere la televisione,i programmi trasmettevano un solo canale e il "Festival Di Sanremo",era un evento che nessuno sognava di perdersi.Bei tempi erano quelli,l'unica pubblicità era Carosello e noi bambini non eravamo bombardati da continui messaggi pubblicitari.
I miei primi ricordi dell'infanzia,sono legati all'immagine dei miei nonni paterni che mi hanno allevata,il mio nonnino adorato e nonna Serafina con i suoi occhi azzurri,i capelli bianchissimi che in gioventú erano stati biondi, raccolti in una crocchia e il suo profumo...portava sempre tra i seni un rametto di menta.
Io avevo all'incirca quattro anni e lei con animo riconoscente mi raccontava quasi fosse una favola,di una famiglia ricchissima a cui era morta l'unica bimba. La figlioletta Adelina era scomparsa prematuramente e la loro villa "Buzzoni Nigra" un palazzo enorme di tre piani, venne adibita a mensa per gli anziani e per i poveri. Al piano terreno fu costruita una grande mensa,dove tutti potevano recarsi a prendere minestra pronta,calda e gratis.
Alle undici ogni giorno, trotterellando attaccata alla veste scura di mia nonna,ci recavamo alla mensa. Il pranzo consisteva in minestrone, cinque giorni alla settimana, di cui non andavo pazza.E al sabato, maccheroni col sugo di funghi molto buoni,e basta. I miei amati nonni, hanno sempre condiviso con me quelle due porzioni che gli venivano date,contribuendo così alla mia crescita ,poco in altezza per la verità . Non ero certo la bimba pacioccona ,rosea e morbida come zucchero filato alla fragola, degli spot pubblicitari,ma uno scricciolo...un ranocchio, piccola e ossuta,tutta occhi.Non potevo che trasformarmi poi, in una ragazzina magra e pallida tipo geisha dissanguata,forse anche anemica,boh!
Non si parlava allora di obesità nei bambini ,nessuno aveva bisogno del dietologo,certo che no,noi sì che eravamo fortunati!
Nella mia alimentazione c'era poi qualche sporadica apparizione di proteine, però se state pensando alle bistecche di manzo,mai viste sulla nostra tavola,magari qualche salamella alla brace,visto che costavano poco, poi c'erano le uova delle nostre galline.Ma lo sapete che le galline in un certo periodo dell'anno non fanno più uova? Già,non era facile trovarle nel pollaio come negli scaffali al supermercato.Alla domenica poi,mamma preparava il brodo di carne.Con il brodo ci faceva il risotto,tanto riso e poco macinato,e il bollito durante la settimana si trasformava quasi come per quel miracolo di Gesù,la moltiplicazione dei pani e dei pesci. Così diventava spezzatino con le patate,o peperonata ma anche nei buonissimi mitici friciulin lomellini (polpette). Per arrivare al piatto forte bisognava aspettare Pasqua,Natale oppure la Festa del paese.In queste Festivitá importanti mio padre toglieva dalla gabbia uno dei suoi conigli più grossi,e come lo cucinava la mia mamma beh,il miglior coniglio arrosto del mondo almeno per me,solo che passava così tanto tempo da una festività all'altra ,che quasi mi dimenticavo che gusto aveva.
Noi abitavamo in una casa nel cuore del paese,vicino al castello. Adiacente alla casa c'era un gran bel pezzo di terra per l'orto ed una bella vigna. Dato che il proprietario un tempo aveva avuto un negozio di vini,in fondo al cortile scavata nel sottosuolo c'era una magnifica cantina per la conservazione dei vini,con botti di legno e tutto l'occorrente per imbottigliare.Per mio padre fu come trovare un tesoro. Fu così che iniziò l'avventura,produrre da sé il suo nettare degli Dei,un nettare eccelso secondo papà,e con orgoglio e piacere l'offriva a parenti ed amici.
C'era pure il frutteto in quel terreno, mio padre lo amplió facendo innesti alquanto spettacolari ai miei occhi di bimba,all'albero di mele cotogne fece l’innesto di piante di pero.La frutta,si lo so che è fonte di vitamine e fa bene,ma noi mangiavamo solo quella del nostro frutteto,quindi frutta solo di stagione,ma la bellezza del frutteto a primavera quando fioriva era spettacolare.La corrente di pensiero del "voglio tutto e subito" non esisteva,ma c'era la certezza di mangiare frutta veramente sana e priva di addittivi di ogni genere.I bambini come me poi,come rinfresco bevevano solo acqua del cav.Gazzoni ,quelli erano gli anni di Carosello e l'Idrolitina spopolava sulle tavole italiane.D'estate per me c'era il cono gelato della domenica, in inverno ma solo se nevicava ,c'era un antico antenato del gelato a base di neve fresca ,certo non si potrebbe fare nei nostri tempi con lo smog e l’inquinamento. E non si raccoglieva la prima neve,perché mio nonno diceva che era dei gatti,e nemmeno la seconda...era dei cani,io speranzosa aspettavo la terza.Osservavo attraverso ai vetri fiocco dopo fiocco,cadere la fitta neve dal cielo... danzava così soave,ai miei occhi sembravano tante farfalle bianche. La terza nevicata, quella era per i cristiani diceva nonno Vittorio,e la parola del nonno era sacra.Così di sera, papà usciva in cortile con una grossa caraffa ,la riempiva di neve e in pochi minuti ecco pronto il gelato.Ricetta: neve, zucchero e un po' di vino rosso per la colorazione ,rigorosamente senza ne conservanti ne coloranti,eh già...altra invenzione di mia mamma "Il dolceamaro" tre cucchiaiate di zucchero e uno di caffè,insomma solo cibi sani a casa nostra,eh sí! Le fette biscottate a colazione, non del Mulino di Banderas,però le avevo anch'io.Il pane avanzato,la mia nonna lo tagliava a fette e lo abbrustoliva sulla stufa a legna,com'era buono... poi c'era la merenda,perché la bambina doveva crescere :-) mia mamma svuotava un panino e al posto della mollica ,un cucchiaio di olio aceto e sale sbattuti,ed ecco fatto.Adesso vi chiederete,nient'altro? Ma certamente,pesci, fagiani,lepri, rane...ma solo se mio padre aveva la fortuna di prenderli.
Per le lumache nessun problema ,dato che avevamo l'allevamento per venderle in inverno.Dio mio,com'erano buone cotte sotto la brace,poi una spruzzatina di limone e sale e vai...niente da invidiare alle ostriche,ste cose da ricchi!
Per noi ragazzini di famiglie non benestanti,c'era poi il privilegio delle ferie gratis nella famosa Colonia di Igea Marina. Consigliata dal nostro dottore per me che ero gracilina ,ma si poteva anche scegliere la montagna se si voleva.
Lì in Colonia tutti vestiti con la stessa divisa,ognuna col suo numerino rosso su ogni vestito,su ogni costume e persino sui fazzoletti per non confonderci. Ricordo le mattine con l'alza bandiera e le preghiere,poi la colazione sedute a quel tavolo lunghissimo, col caffelatte nelle scodelle e il pane già tagliato.E, in Colonia ho scoperto che esisteva la marmellata.Sì...per trenta giorni di fila alle ore sedici,sedevamo tutti in cerchio per terra nel cortile della Colonia e ci veniva dato pane e marmellata... :-( al secondo anno già non la sopportavo più.In spiaggia,facevamo tanti giochi,ad esempio c'era il gioco con i cinque noccioli di pesca appoggiati sulla sabbia, da far saltare e acchiappare per aria,provate a darlo a un bimbo di oggi un gioco simile,e vedrete dove vi tira i noccioli. Tutti insieme e rigorosamente con lo stesso costumino,per non confonderci con i bimbi delle altre Colonie,si faceva il bagno in mare sotto l'occhio vigile dei bagnini,che bello...mi prendeva la malinconia solo di sera...quella grande camerata con le luci blu,il pianto di qualche bimba.Comunque sono stata molto fortunata perché il mare dopo quei tre anni di ferie,non l'ho più visto nemmeno in cartolina per molto tempo.In estate ,mia madre mi mandava in Emilia dagli zii "a cambiare aria" si diceva, e lì anche il mio stomaco cambiava dieta.Chissà perchè quando ricordo le mie zie,abbino il loro ricordo a quello delle pietanze che ognuna di loro cucinava per me.A casa di zio Marco,tutte le mattine quando scendevo in cucina,c'era zia Augusta col mattarello che faceva la pasta,tutti i giorni pasta all'uovo,loro di galline ne avevano parecchie e se ce n'era qualcuna pigra che non faceva l'uovo,le tiravano il collo e ci facevano il brodo per i tortellini,non come le mie galline fortunate.Mi ricordo anche che mi piaceva andare da loro perché avevano una grande vasca da bagno,in cui sguazzavo divertendomi tanto. L'altra mia zia,la zia Severina la ricordo per il suo "gnoc frit" servito con un piatto di coppa emiliana ,mamma mia che merende gustose che mi preparava.E poi c'era zia Ida con "l'erbazzone" favoloso che si mangiava accompagnato da insalate miste giganti,pranzi e cene gustose ma leggere. Se si avanzava era buono anche a colazione,accompagnato da una bella scodella di caffelatte ,latte di produzione propria perchè avevano le mucche. Durante il giorno se mi veniva fame,c'erano sempre quei lunghi filari di uva dolcissima bianca o la pianta delle mele,quelle che cadevano a terra le portavo alla cavalla,zio era talmente innamorato di Mina,che aveva chiamato così anche la cavalla.E infine c'era mia zia Bruna che era specializzata per fare i tortelli di zucca e gli gnocchi,insomma diciamo pure che questo "cambiare aria" mi faceva un sacco di bene.
Ma ritorniamo alla domanda che ponevo a me stessa all'inizio del mio racconto,quando ho capito che eravamo poveri?
Beh,allora avevo quattordici anni e andavo già a lavorare,il treno mi portava ogni mattina nella cittá dell'oro.Nel borsellino avevo pochi spiccioli che mia madre mi dava ogni giorno ,prima di andare al lavoro. Con mia cugina e la sua amica si andava a far colazione nella pasticcieria più bella di Valenza,loro si mangiavano le bignole alla crema appena sfornate con il thé e io...mi riempivo con il profumo della pasticceria,una specie di aromaterapia insomma!
Il mio pranzo :-( La minestra della sera prima,che mia madre mi preparava in un termos,a mezzogiorno era oramai solo tiepida , e un panino col salame,sempre salame...a quindici anni avevo già l'appendicite da operare.Quel santo del mio medico,al quale dispiaceva vedermi andare a lavorare così giovane,mi aveva dato poi un mese di convalescenza,che pacchia ragazzi.Dopo questa vicenda, su consiglio del medico la mia dieta migliorò molto. Io e la mia amica Rosella,avevamo trovato un bar latteria che a mezzogiorno preparava pasti a prezzi modici.Avevo imparato a gestire bene i pochi spiccioli,avevo calcolato che se mangiavo solo la fettina alla milanese ,alla sera avanzavo i soldi per la pizza dal panettiere che c'era lungo la strada che portava alla stazione.Sì, perché mi aspettavano due chilometri di strada, a piedi, dal laboratorio orafo alla stazione. Niente pullman per carità! -Così risparmi- mi diceva mia madre.
Ma non ero sola, noi orafi in fila come tante formichine si andava tutti a piedi,i pullman ci sfrecciavano davanti quasi sempre vuoti,certo che era una vita sana.Programma: uscita dal lavoro. Ore diciotto, due chilometri di jogging. Poi, spuntino con pizza, perchè fino alle diciannove e trenta, non si arrivava a casa.Oddio, in inverno dello jogging ne avrei fatto volentieri a meno, ma si sa "Men sana in corpore sano". Ah,dimenticavo,il giovedi usciva una rivista che mi piaceva,così niente pizza...un po' di cultura non guasta mai.
Ma la folgorazione,l'attimo in cui anche una ragazzina anche se solo quattordicenne,si ferma a pensare e capisce che non può far finta di niente,egoisticamente sbattersene,e far finta di non vedere,fu quella sera.C'era il mio piatto preferito per cena, il coniglio arrosto. Me ne tirai giù tre pezzi,sapete con tutto sto jogging e il pranzo leggero,tornavo a casa con una fame da lupi.
Papà stava riempiendo una caraffa di acqua alla pompa per l'acqua che c'era fuori ,vicino alla finestra della cucina,mia madre mandava avanti e indietro la maniglia, e l'acqua scendeva fresca direttamente dal pozzo ,limpida e fresca come quella di sorgente.
Ricordo che la sentii che si lamentava con mio padre.
- Hai visto ,ne ha presi tre pezzi!-
Al che mio padre, aveva esclamato impaziente
-O Signur Gina,non cominciare con le tue lamentele!-
Ad un tratto quella carne non mi andava più né su e né giù! D'improvviso avevo capito,era ormai chiaro e lampante,che quel poco cibo che arrivava sulla tavola si doveva dividere con gli altri famigliari. Fu così che compresi,capii la fatica di mia madre per mettere insieme un pranzo o una cena decenti in tutti quegli anni,anche con pochi soldi. E la fatica e l'ingegno di mio padre per portare a casa il necessario per sfamarci. No, non è facile quando non si è ricchi,ma poveri."

"Essere poveri significa vivere secondo le proprie possibilità, non al di sopra, significa fare amicizia
con la sobrietà."
(Don Andrea Gallo)





Due parole...
Ringrazio mio figlio
per la sua bellissima foto con giostra.

Nadia Mazzocco 

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