RACCONTI PAVESI
   

Giornata afosa già dal primo mattino. Ora sono le sette. Dopo una leggera lettura dei quotidiani riprendo a lavorare. Devo ultimare il disegno definitivo per una collana (scultura-gioiello) ispirata dall’arte pittorica africana. Precisamente del Sud Africa.
Comunque vada ho deciso di dedicare il pomeriggio ad una camminata in solitario per la campagna sartiranese alla ricerca di un po’ di ombra, preferibilmente con panchina, non solo per rilassarmi ma anche per leggere un buon libro. Partenza ore 16, più o meno.
La zona preferita per la scoperta dei momenti autorevoli di ombra è quella dove c’è anche un laghetto grande all’incirca come la metà di un campo di calcio e situato a circa mezzo chilometro dall’argine che separa i terreni di risaia dal fiume Po.
Lo si raggiunge mediante una strada sterrata con qualche curvetta a gomito e non priva di buche. Da una parte e dall’altra ciuffi di pioppeti dialogano tra di loro, come una musica che addobba e non succede nulla, divisi da appezzamenti di risaia che si preparano al divenire in giallo del raccolto. Tutto al momento è di colore verde e le diverse tonalità sfumano intrecciandosi dolcemente.
Libellule dappertutto, le farfalle sono in minoranza. Il cielo di un bellissimo azzurro come il pomeriggio è inciso prepotentemente da un jet in ricognizione.
Camminando si nota di tutto, anche minimi gruppi di formiche che si muovono ai fianchi del tuo deambulare. Una nutria distante una decina di metri attraversa la stradina piena di buche senza fretta, tuffandosi poi in una roggia.
Il laghetto è stato creato un quarto di secolo fa da una dozzina di appassionati pescatori. Frequentatissimo tutt’ora non solo dai soci, è dotato anche di una baracca di legno attrezzata per la ristorazione.
Due corsi d’acqua (Cavo de Cardenas e Cavo Giardino) lo sfiorano parallelamente dalla parte sinistra l’uno e dalla parte destra l’altro, scorrendo entrambi in un’unica direzione.
Arrivo a destinazione dopo mezz’ora di camminata e una volta superato il cancello (mi dicono aperto già dalle 10) incontro Johnni, un amico di vecchia data, coetaneo.
“Ciao, come stai?” “Io bene e tu?” “Ma si. Potrebbe andare meglio. Per due mesi ho deciso di farmi accarezzare dal sole. A tratti però”. Fine del dialogo.
Johnni ha un posto fisso a pochi metri dalla riva, è una postazione-installazione.
Sull’erba ha steso un tappeto di circa tre metri per due con disegni a colori che richiamano decorazioni orientali. Sulla parte destra del tappeto, guardando verso il laghetto, c’è un vaso di oleandri rosa e bianchi, sulla sinistra invece, sempre sul tappeto, un piccolo vaso di vimini con tovagliolo verde e quattro pesche gialle. Al centro si piazza lui nudo con bandana rossa a pois, baffi e pizzetto bianchi. Un pareo giallo con scritta “no time no place” copre la metà del corpo.
La postura del mio coetaneo e tutto l’ambaradam richiama immediatamente un’opera di Matisse del 1924-1927 dal titolo “Nudo con fondo ornamentale”. La differenza è che nel dipinto la figura è femminile.
Lascio Johnni e mi dirigo verso il porticato della baracca. Lì, all’ombra, c’è una panchina. Finalmente un po’ di frescura. Inizio a leggere “Teatro completo” di E. Jonesco. Mi piace il teatro dell’assurdo, è rilassante e scompaginante.
Sento danzare il silenzio.
Johnni per evitare strani colpi di sole si alza e deambulando tipo John Waine si avvicina alla baracca. Non parla. Prende due bottiglie di plastica, si dirige verso uno dei due corsi di acqua sorgiva, li riempie, e dà inizio a una danza personalizzata, un urlo di partenza dà il senso della freschezza dell’acqua. Poi con garbo mi invita ad un intervallo nella lettura. Accetto l’invito.
Mi prende sottobraccio e girando attorno al laghetto notiamo che dei pesci lentamente e con autorevolezza si muovono come se stessero controllando il territorio sommerso dall’acqua.
Sono dei temoli russi, ce n’è uno albino. La dimensione non è piccola. Alcuni superano il metro di lunghezza. Non abboccano e si cibano di plancton. Completato il giro ritorniamo nella postazione-installazione. “Non andare via, guarda!” mi fa Johnni un po’ sornione.
Da dietro al vaso di oleandri spunta un tamburello e da sotto il tappeto delle spazzole per percussioni. Inizia la performance. Il silenzio danzante nella quiete del momento viene sostituito da suoni mediterranei misti a momenti percussivi degni del miglior jazz. E’ un assolo incredibile, quando le parole non bastano più sono i suoni a parlare.
Pochi secondi e i temoli russi ad uno ad uno, come dei piccoli sommergibili, si dirigono verso la riva. Posteggiano uno accanto all’altro. Il temolo albino arriva per ultimo e si piazza al centro del branco.
Il performer lomellino che ama ciacolare con i pesci interrompe, sfumando, la performance. Intanto una miriade di libellule blu disegnano con il loro volo splendidi ghirigori vicino a noi.
Improvvisamente un battito di mani molto lento di Johnni, interpretando la capacità di rappresentare l’assente, avvisa i piccoli sommergibili che è ora di andare, di muoversi.
Con un visibile battito di coda, segnale di saluto, uno dopo l’altro eseguono l’ordine e si allontanano. Lo strano rito è finito. Avviene due volte a settimana sempre nel pomeriggio. Mai prima delle 18.
Intanto cresce un po’ il vento. La panchina di legno e il libro lasciato aperto con il titolo leggibile sono lì che mi aspettano. Riprendo a leggere. Una libellula blu con le ali giallo oro si avvicina e si posa sulla sponda della panchina. Mi guarda. Subito decido di chiamarla Keira. Alzo il dito indice per chiedere a Johnni una cosa, Keira prende il volo e atterra sul dito alzato. Non contenta riprende a volare posandosi poi sul bordo della pagina del libro. Arriva anche una farfalla, piena di colori e di segni stranissimi, primitivi. Rosso, azzurro e giallo sono i colori predominanti. Vola di qua e di là, passa accanto a Keira ed entrambe si librano in volo.
Poi, senza chiedere il permesso, si fermano al centro della pagina. Pagina 441.
Keira, la farfalla e una parte del testo della commedia: Macbett.

Rumore di vento e di tempesta.
La scena è buia o in penombra. Si farà in modo che non si veda nient’altro
che il volto di Macbett e di Banco e, in un secondo tempo, quello
della prima strega, quindi quello della seconda.

Entrano Banco e Macbett

Sono ormai le 20. Devo tornare a casa.


Beppe Pasciutti




TRATTO DA:Racconti Pavesi
Beppe Pasciutti - Bella Lomellina.
Pace e relax tra rogge e riso

07 agosto 2009:La Provincia Pavese

Nadia Mazzocco 

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